Dialoghi con Pavese: Lawrence Smith

La nostra rubrica Dialoghi con Pavese prosegue con un’intervista a Lawrence Smith su Pavese, l’America e le donne.

Lawrence SmithLawrence Smith nasce a Washington. Dopo la laurea undergraduate (equivalente della triennale) in Economia a Harvard nel 1959, ha trascorso un anno come Fulbright Exchange Scholar all’Università di Padova per poi tornare negli USA, iscriversi al programma di American Studies di Harvard e ottenere un Master (laurea specialistica) in Storia. Impiegato dal 1964 nel settore bancario, ha infine ottenuto il suo Dottorato a Harvard nel 1972. Sebbene non un accademico in senso stretto, la sua figura occupa comunque una certa rilevanza quando parliamo di Cesare Pavese. Innanzitutto perché autore del libro Cesare Pavese and America. Life, Love, and Literature (University of Massachusetts Press, 2008 e 2012) in cui, basandosi su fonti e documenti originali, ricostruisce vita e opera di Pavese per i lettori americani. E poi perché possessore di alcuni volumi appartenuti a Pavese, con dediche autografe, che lo scrittore donò a Constance Dowling, il suo ultimo – disperato e americano – amore. 

La letteratura americana: una passione in comune 

Come e da cosa è nato il suo interesse nei confronti di Cesare Pavese? Soprattutto, quali aspetti della sua figura la colpirono inizialmente?

Non avevo mai sentito nominare Cesare Pavese fino all’anno accademico 1960/61, che trascorsi a Padova. Durante il mio anno di scambio, vivevo nella Casa dello Studente “Arnoldo Fusinato” ed ero l’unico americano in mezzo a 200 studenti italiani. A un certo punto, uno di loro ricordo che mi disse: “Senti americano, noi abbiamo un poeta così bravo che scrive poesia anche in inglese”. Io chiesi: “Chi?” e mi risposero “Cesare Pavese”. Così, andai in una libreria in centro per cercare i libri di questo prodigio. Scoprii infatti che aveva scritto alcune poesie in inglese, ma ciò che davvero mi colpì fu un altro libro: La letteratura americana e altri saggi, curato da Italo Calvino. Sebbene all’epoca studiassi Economia, il mio vero interesse era la letteratura americana e avevo già fatto domanda di ammissione al corso di Laurea magistrale in Studi americani. Ed ecco così imbattermi in Pavese che, scoprivo allora, era un importante scrittore italiano, aveva scritto una intera tesi di laurea su Walt Whitman nel 1930, aveva tradotto importanti autori americani e scritto questi incredibili saggi su scrittori americani del Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Fu tutto questo a colpirmi. Da allora ho voluto capire come questo intellettuale di provincia, questo talentuoso artista, scoprì la letteratura americana nella tarda adolescenza e cosa, della nostra letteratura, lo affascinò per così tanti anni. 

Lei ha scritto il libro Cesare Pavese and America: Life, Love, and Literature in cui si focalizza su due aspetti di Pavese: uno è l’influenza della letteratura americana sui suoi primi anni come scrittore e studente. L’Italia fece un effetto simile a lei, da giovane?

Assolutamente non nello stesso modo, anche se sono stato coinvolto in esperienze italiane fin da quell’anno a Padova: per esempio, ho lavorato quattro anni come banchiere a Milano. Ritorno frequentemente in Italia e ho tuttora amici dall’anno di Padova e da quelli di Milano. Ma l’Italia non mi ha mai ossessionato allo stesso modo in cui l’America ossessionò Pavese dal 1928 circa al 1934. Nel mio caso, si tratta di quello che l’America divenne per Pavese successivamente: un interesse, certo, ma uno tra molti altri.

Cesare Pavese e le donne

Il secondo argomento su cui il libro si concentra sono le donne: lei analizza le relazioni di Pavese con Tina Pizzardo, Fernanda Pivano e Bianca Garufi. Crede quindi che la ragione principale dietro al suicidio di Pavese fu il rifiuto amoroso da parte di Constance Dowling?

Sì e no. La fissazione di Pavese con il suicidio data almeno agli anni di liceo. Il suo diario è pieno di meditazioni sul suicidio e Natalia Ginzburg scrisse che “Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai”. Dunque è corretto dire che aveva una predisposizione per il suicidio prima di incontrare Constance. Ma è allo stesso modo corretto dire, come evidente nel diario, che il rifiuto da parte di Constance innescò una mania autodistruttiva che durò per i rimanenti quattro mesi della sua vita. Dunque sì, indirettamente e senza nessuna consapevolezza da parte di Constance, il suo rifiuto lo condusse al suicidio.

E crede che, da questo punto di vista, Pavese risentì della cultura del suo tempo, che qualificava “vero uomo” solo chi riusciva a possedere carnalmente una donna? Se Pavese fosse vivo e avesse trent’anni, oggi, ha mai immaginato come avrebbe potuto essere la sua vita?

Dio solo sa come sarebbe un Pavese di trent’anni oggi. Suppongo che avrebbe imparato a guidare una macchina e forse si sarebbe affittato un appartamento per conto suo, invece di vivere tutta la vita con la sua famiglia. Naturalmente fu influenzato dal suo tempo: chi non lo è? Ma il suo inquieto rapporto con le donne non fu un prodotto del suo tempo ma della sua personalità che, come quella di ciascuno, è formata da geni, genitori, fratelli, amici, esperienze, educazione e eventi della vita. 

La precoce morte del padre, la natura apparentemente rigida della madre, le sue esperienze a Santo Stefano e Torino, le sue prime avventure amorose con ragazze qualsiasi: tutto questo e molto altro lo rese la persona che fu. E questo, sfortunatamente, non si può cambiare.

I libri donati a Constance Dowling 

Lei ha avuto l’incredibile fortuna di venire in possesso di quattro libri che appartennero a Pavese e che lui regalò a Constance Dowling. Ci racconta qualcosa riguardo a questi preziosi volumi?

La breve storia d’amore di Pavese con l’attrice americana Constance Dowling è ben nota a chiunque si interessi di Pavese. Lui la incontrò, insieme alla sorella Doris, attorno al capodanno 1949/1950 e la relazione ebbe un picco a marzo, quando Pavese trascorse dieci giorni con lei a Cervinia e a Torino (che lui stesso definì “le notti di Cervinia, le notti di Torino”). 

Una sera, prima che Constance lasciasse Torino, Pavese le diede tre dei romanzi che aveva pubblicato, ognuno con una dedica personale, la data “Torino, 15-3-50” e la firma “from Cesare”. A Paesi tuoi appose “To Connie, glowing laughter”; a Il compagno “To Connie, Alone like many of us”; a Prima che il gallo canti “To Connie, who understands”. “Glowing laughter” (su Paesi Tuoi) è una citazione da una delle poesie di Pavese in inglese, scritta per lei mentre erano ancora a Cervinia insieme e intitolata, in inglese, To C. from C

Il quarto e di gran lunga più importante libro che le diede fu la prima edizione del 1932, in due volumi, della sua traduzione di Moby Dick. Pavese glielo diede due settimane dopo gli altri. Dopo che Constance lasciò Torino, Pavese non ebbe quasi più sue notizie, solo una cartolina da Montecarlo. Non sapeva come definire il loro rapporto: la amava, voleva che lei lo sposasse, voleva chiarezza. Si recò a Roma alla fine di marzo e il 1° aprile, probabilmente prima di quella che più tardi descrisse come “la nostra ultima cena insieme”, scrisse su Moby Dick una dedica che acquista senso se paragonata a un’altra che Pavese scrisse, sulla stessa pagina, diciotto anni prima.

In alto leggiamo “Offro gratis a Leone Ginzburg, 10-giug-’32, Cesare Pavese” e in basso, in inglese, “Leone died my only friend. Won’t you take his place, Connie. April ’50. Ces”.  Ginzburg morì nel febbraio 1944. Sebbene non possiamo esserne sicuri, è probabile che la vedova, Natalia, restituì il libro a Pavese dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. La seconda dedica mostra quanto profondo fosse l’attaccamento di Pavese per Constance e la totale incomprensione dei sentimenti di lei per lui. Lei tornò in America quello stesso mese, lasciando i quattro libri alla sorella Doris. Quando Doris morì nel 2004, il figlio Jonathan Shaw, nato dal suo matrimonio col famoso clarinettista jazz Artie Shaw, li ereditò. Io li ho comprati da lui nel 2009.

Nel 2018 lei ha donato questi libri alla University of Massachusetts Amherst. Perché proprio quest’università?

Semplice: fu la University of Massachusetts Press ad accettare nel 2005 la mia proposta di un libro su Pavese e l’America e poi a pubblicare il libro nel 2008, facendo un lavoro magnifico. Inoltre, la biblioteca dell’università ha un rinomato dipartimento per le collezioni speciali che sapevo si sarebbe preso cura adeguatamente dei libri. I quattro libri, insieme alla prima edizione de La luna e i falò con dedica di Pavese a Doris e a un amico di lei, sono consultabili in loco per ricerche e la biblioteca li ha digitalizzati in modo da permettere a chiunque di leggere le dediche: ad esempio, la doppia dedica su Moby Dick.

Studiare Pavese oggi

Da appassionato ma non accademico di professione, quali aspetti di Pavese reputa meritevoli di studio, ancora oggi, in America?
Vorrei che Pavese fosse meno studiato e più letto ma, poiché così non è, è noto soprattutto a studenti universitari che frequentano corsi di Letteratura italiana moderna. Non viene letto da un pubblico vasto e parte del problema sono le generalmente mediocri, e a volte terribili, traduzioni in inglese dei suoi romanzi e dei suoi racconti. Ha avuto molta più fortuna con le traduzioni delle poesie e anche del suo libro preferito, Dialoghi con Leucò. Meriterebbe di meglio dal momento che
fu un maestro del racconto breve: La casa in collina e La luna e i falò sono veri capolavori moderni. 
 
Intervista a cura di Iuri Moscardi
 
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