Premio Pavese Scuole – Marzia De Martino

 

Con questo testo, ispirato al dialogo “L’isola”, Marzia De Martino si è classificata seconda al Premio Pavese Scuole 2021.

 

Pubblichiamo Io come Odisseo, il testo che si è aggiudicato il secondo posto al Premio Pavese Scuole, inaugurato lo scorso anno in occasione del Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autrice è Marzia De Martino, studentessa della classe 5A del Liceo Classico G.B. Vico di Napoli, cui vanno i nostri complimenti.

 

Nei Dialoghi con Leucò Pavese ci racconta il mito de “L’Isola”: Odisseo è sull’isola di Ogigia, la casa di Calipso; dopo nove anni di tormento, l’eroe vorrebbe riprendere il suo viaggio verso Itaca. Per Odisseo l’isola è solo una sosta: non è l’oceano inarrestabile o la terra-ferma, ma una terra di mezzo in cui a regnare sono la Frenesia e la Calma, se pur contraddittorie. 

In questo brano Pavese ci narra il dialogo tra il coraggioso e curioso guerriero Odisseo e la dea figlia di Oceano Calipso in cui loro si confrontano sul concetto di mortalità e sulla ricerca di se stessi. Come Odisseo è inarrestabile, dannatamente curioso e pieno di voglia di scoprire la vita senza paura della morte, Calipso è in cerca della calma, stanca della frenesia della vita e stanca di occuparsi degli altri e quindi di se stessa; come Odisseo è l’Oceano, Calipso è la terra-ferma. 

“Immortale è chi accetta l’istante” suggerisce la dea al guerriero che però non comprende l’intento di lei nel portar pace all’uomo che è in continua sofferenza. Probabilmente le parole di Calipso sono complesse e nascoste, proprio come lei che fu costretta all’eterna solitudine sull’isola come punizione per aver partecipato alla Titanomachia. Secondo Calipso le loro condizioni sono più simili di quanto Odisseo voglia mai credere: entrambi hanno conosciuto e sofferto del mondo ed è giusto che si fermino a godere la calma che meritano. La dea racconta dell’isola come un posto dove Odisseo può far cessare la sofferenza, il dolore e trovare la pace e la calma. “Immortale è colui che accetta l’istante, chi non conosce più un domani”, ma si può vivere una vita non vivendola, lasciando scorrere il tempo senza guardarsi attorno e senza scoprire le bellezze che il mondo ci riserva? Il cuore di Odisseo non vuole l’isola in cui “c’è un po’ di terra e un po’ di orizzonte” e può “vivere per sempre”: Odisseo vuole tornare ad Itaca, non vuole assomigliare allo scoglio dove si infrangono le onde, fermo, inerme.

“Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai tuoi sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci” suggerisce Calipso all’eroe, ed è proprio per quella smania, per quei ricordi, per la speranza del futuro, che Odisseo non è mai tranquillo e non regge quella “serenità” che la dea gli propone. Quindi, il destino gli da la possibilità di scegliere tra accettare di passare l’eternità con la dea, avendo la pace e l’immortalità, e accogliere la mortalità umana e tornare ad Itaca. Che cosa avrebbe se scegliesse Calipso? Il riposo totale. Ed è questo che vuole la dea: annullare il tempo per far rimanere Odisseo con lei. L’eroe le chiede se sia felice ma Calipso non gli può offrire la felicità. Lei gli dice “ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te”: Odisseo ha un’altra vita, un altro tempo; vuole vivere, parlare, viaggiare, essere felice; cerca senza sosta la sua isola, la sua patria, la sua casa sperando che ogni terra che avvista sia proprio la sua terra. Odisseo vuole tornare a casa, ritrovare se stesso e il tempo che ha perso nel viaggio che lo ha cambiato e reso ancora più consapevole della scelta che ha preso.

“Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?” Chiede Calipso e Odisseo le risponde con “se lo sapessi avrei già smesso”. Odisseo non sa cosa si muove nella sua pancia, nel suo stomaco, nelle sue braccia e nelle sue gambe ogni giorno e ogni notte, lui lo sente: lo ha nel cuore.

Ed io, come lui, l’ho nel cuore: io ho nel cuore quello che cerco, quello che amo, quello che mi fa alzare la mattina e che mi sprona ad andare a scuola tutti i giorni, quella voglia di vedere il sorriso delle persone e riuscire a ricambiarlo con pienezza e verità e di portarlo con fierezza a testa alta. 

Ho passato tanto tempo dei miei giovani 18 anni ad essere Calipso: ferma, impaurita da quel gigantesco mostro dentro di me che mi diceva di non essere capace, che era meglio che mi fermassi. Quindi mi fermavo, rimanevo nel limbo tra il voler fare tutto e il fare quel poco che bastava, tra l’Oceano e la terra-ferma, nella mia Isola, nella mia comfort zone di verità velata.

Durante gli anni crescevo e mi sentivo sola: volevo che qualcuno mi accompagnasse, che qualcuno mi tenesse la mano e mi dicesse che ce l’avrei fatta perché ne ero capace. Mi sono sempre svalutata, non so il perché, non sono mai riuscita a trovare la motivazione a questo senso di inadeguatezza, o più probabilmente non l’ho mai voluto fare; non ho mai pensato di essere tanto coraggiosa da poter combattere i miei mostri e ho preferito rimanere sull’isola. Vivere sull’isola è stato come fermare il tempo, fermare le emozioni, fermare quella voglia di combattere il dolore e non darmi la possibilità di lottare contro il sentirmi piccola e inutile, impedendo ai miei talenti e alla mia vitalità di venir fuori, di esprimersi, di sperimentare la vittoria e il fallimento, di sbucciarmi le ginocchia e imparare a mettere i cerotti.

Sono sempre stata una bambina, una ragazza, che si presentava solare, propositiva, socievole ed estroversa, ma quando tornava a casa, si sedeva sul divano e diceva alla mamma di non voler andare a danza, di non voler studiare, di non voler andare a fare canto, di non voler fare lo spettacolo di fine anno e che piangeva, piangeva, piangeva quando la mamma la portava a danza o a teatro e sorrideva appena saliva sul palco e riceveva gli applausi dagli spettatori, quando i professori le facevano i complimenti e dentro di lei si diceva “si, lo so che sono brava, ma vorrei che lo diceste sempre” Io non me lo sono mai detto abbastanza, non ho mai sentito di essere abbastanza.

Ora, dopo anni di alti e bassi sto imparando ad amarmi, ma è così difficile e fa così paura lasciare la mia isola, provo a fidarmi di me stessa e so che le mie scelte porteranno al mio bene. 

Finora non ho conosciuto quasi nessuno che ha lasciato l’isola consapevolmente, che vive la propria vita, che la vive davvero, a pieno, che la sente propria, che non è alienato dalla frenesia degli stereotipi della società: potere, soldi, immagine. Questo mi dice che la mia difficoltà è quella di tanti altri.

Nel 2021 se non hai almeno 1000 follower non sei nessuno, se non hai l’iPhone 11 non sei nessuno, se non hai una bella casa, le unghie curate e i vestiti firmati, ovviamente, non sei nessuno. Vedo così tanti cloni per strada, a scuola, nei bar, tutti uguali, che si credono originali, che credono di conoscere la propria identità ma nessuno si conosce davvero; tutti hanno paura di scoperchiare quella pentola che a fuoco lento sta bollendo e mi chiedo perché. I modelli sociali non fanno altro che svalutarci portandoci agli occhi esempi di persone e vite falsificate che si allontanano da tutto quello che è umano. Nel 2021 se non fai una festa speciale per un qualsiasi compleanno non vali niente, se non ti ubriachi o non fumi non vali niente. Nel 2021, se urli il tuo dolore non sei nessuno, anzi dai fastidio. In Italia, nel 2021, siamo tutti alienati in primis da una situazione sanitaria, ancora dopo un anno e mezzo, delicata, in secundis da una situazione politica e sociale assurda che provoca allontanamento dei giovani dalla politica e perdita della fiducia nel governo dagli adulti. A questo punto che si fa? Che si fa quando devi andare a votare? Quando devi decidere che università frequentare? Quando devi scegliere che cosa indossare per andare semplicemente a scuola? Certamente, rimanere sulla propria isola è comodo, ma come si fa a non dare ascolto a quella scossa che hai nelle braccia, nelle gambe, nei muscoli che ti dice di alzarti da quel letto e di aprire gli occhi e vedere quanto è bella la vita da scoprire? Come fai a respirare quando tutto il mondo ti vuole imbavagliato? Ora, dopo 18 anni da Calipso, voglio diventare Odisseo e tornare ad Itaca: tornare da me, tornare alla Marzia che sale sul palcoscenico e si sente completa, quella che sospira e si sente un brivido di gioia ed eccitazione dietro la schiena, Marzia che respira e che non è più claustrofobica.

Io, come Odisseo, quello che cerco l’ho nel cuore e lo so. 

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