Tutto il mondo è… Pavese

Con questo testo, ispirato ai temi del romanzo La luna e i falò, Christian Rocca si è classificato terzo al Premio Pavese Scuole.

Pubblichiamo Tutto il mondo è… Pavese, uno dei cinque testi ad essersi aggiudicati a pari merito il terzo posto della prima edizione del Premio Pavese Scuole, inaugurato quest’anno in occasione del Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autore è Christian Rocca, studente della classe 3AL del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Nizza Monferrato (AT), a cui vanno i nostri complimenti

Leggendo le opere di Cesare Pavese, possiamo riconoscere in queste un mondo, una realtà che oggi non vediamo più con gli occhi, perché troppo lontana nel tempo, ma che senz’altro possiamo ancora percepire e riconoscere in alcune nostre abitudini e comportamenti. Siamo, quindi, in effetti molto fortunati a vivere tra queste colline, perché potremo portare con noi sempre un fermo immagine di quel periodo, la prima metà del Novecento, descritto alla perfezione dallo scrittore, e capire come in realtà l’uomo non cambi mai, sebbene siano trascorsi molti decenni ed almeno una guerra mondiale. La sua natura è sempre la stessa.

Questo avvenimento, però, non potrebbe verificarsi senza un’interazione positiva e costruttiva tra gli abitanti e l’ambiente dove vivono, che porta, in alcuni casi, ad una fusione totale, come quella vissuta da Pavese. Tutto ciò si può riassumere in una sola parola: il paese, tanto semplice da nominare quanto difficile da descrivere. È su questo che si fonda la riflessione del letterato: non può esistere un uomo senza un paese, perché “un paese ci vuole”. Il rapporto tra un uomo e la sua terra d’origine è tanto forte da spingere Anguilla, il protagonista de “La luna e i falò”, a tornare dall’America, per rivisitare quel posto che non vedeva da decenni. Il paese, infatti, non è solo un semplice gruppo di casupole, più o meno colorate, sparpagliate qua e là, ma è, per i più sensibili, qualcosa di intimo e personale. È come un antico e prezioso cimelio che custodiamo da anni, ma che ogni volta mostriamo con orgoglio ai parenti lontani che ci vengono a trovare.

Esso comprende precise dinamiche e meccanismi che molti abitanti della città non riescono a comprendere, abituati come sono alla loro realtà grandiosa, moderna e in continua espansione. Bloccati nei loro grigi palazzi, non conoscono il suono delle campane provenienti dalla chiesa sulla collina e l’unico verde che riempie loro gli occhi è quello del semaforo, e non certo quello delle colline e dei filari delle viti. Non conoscono l’odore dell’erba appena tagliata e il frinire delle cicale d’estate, ma solo il rombo dei motori dei veicoli che passano sotto casa, e il suono dei clacson, e la fretta degli automobilisti… Il paese è una realtà a parte, lontana da questo mondo del caos considerato come ordine, e oggi siamo dei veri privilegiati se la necessità non ci ha ancora spinti a stabilirci sotto la Mole o il Pirellone.

I grandi centri sono in continua evoluzione, fanno la muta come i serpenti, mentre il paese non cambia, non si comporta come un rettile, ma ti aspetta, anche a distanza di anni (“La luna e i falò” lo dimostra), è sempre capace di farti sentire a casa e di cullarti come una madre fa con il proprio figlio appena nato. Trasmette calore e vicinanza, al contrario delle anonime città. “Un paese vuol dire non essere soli” scrive Pavese, e in effetti è proprio così, a cominciare dagli esempi più banali. Paese significa infatti comunità ed unione. A dimostrazione di ciò, c’è anche il personaggio di Anguilla, che assomiglia ad un moderno Odisseo, il quale torna ad Itaca, nella propria terra, ma non per combattere i Proci, perché nelle Langhe non ci sono traditori da cui difendersi, e se mai ci fossero, il paese sa da sé come allontanarli dalla comunità. Altrove, invece, troppo spesso il male incontra altro male e non si genera così quello speciale rapporto di cui si è già accennato.

Tutto questo non vuole dire che le città siano solo un insieme confuso e anonimo di automi, ma bisogna ammettere che il paese sa trasmettere qualcosa che non possiamo percepire in una grande realtà, come se fossimo d’un tratto diventati incapaci di udire. Il paese, per chi ci abita, è come un amico fidato, al quale si possono confessare i propri segreti, e per chi lo lascia, rimane sempre un punto di riferimento dove tornare, come se si visitasse un conoscente di vecchia data.

Capiamo quindi quanto le opere di Pavese descrivano qualcosa di percepibile ancora oggi, sebbene viviamo in un Paese (questo sì, con la lettera maiuscola) assolutamente diverso dal passato. Il divario (il “gap”, per dirla all’inglese) tra le due realtà sopra descritte è ancora elevato ed evidente, più che in termini economici, in quelli sociali: molte nostre abitudini che manteniamo, per esempio, a Santo Stefano Belbo, sarebbero insostenibili in una metropoli, e ci sentiremmo di conseguenza spaesati. Questo effetto era, nella prima metà del Novecento, per diversi motivi, ancora più accentuato, e per questo il rapporto tra abitanti e paese era ancora più forte. Tale magia, oggi, al di là dei romanticismi, si è in parte persa, e questo anche per causa nostra (ricordiamo infatti che sono sempre le persone a fare il paese). Non si ha più quel sentimento di appartenenza e di interazione descritto da Pavese nel secolo scorso, per cui i giovani “ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti”. Complice, c’è da dirlo, un mondo sempre più asettico, tecnologico e uno stile di vita che non invoglia alla socialità, le nuove generazioni preferiscono stabilirsi in una realtà più moderna che il paese non può offrire. Questo fenomeno, se continuasse (come in effetti sembra essere), porterebbe anche a perdere, tra le altre cose, diverse tradizioni locali, secolari, che contraddistinguono queste zone. Forse anche Pavese, nel romanzo “La luna e i falò”, ha pensato ad un’ipotesi simile, narrando infatti la storia di un personaggio tanto coraggioso, per l’epoca, da abbandonare il proprio luogo natio, oltrepassando delle vere e proprie Colonne d’Ercole, per esplorare qualcosa di nuovo, salvo poi tornare indietro, accorgendosi, dopo anni, che ovviamente “un paese ci vuole”. Sarà questo il destino dei nostri giovani, oppure il loro modo di vivere li porterà per sempre altrove? Una cosa è certa: come con Anguilla, il paese sarà sempre pronto ad aspettarli.

Un altro tema molto importante è racchiuso nella frase “il mondo…è fatto di tanti piccoli paesi”. Per Pavese, infatti, lasciare il proprio luogo d’origine non vuol dire non poterne trovare un altro capace di trasmettere la stessa sicurezza e vicinanza. Dopotutto, come anche già accennato, la natura dell’uomo è sempre la stessa, in ogni tempo e in ogni luogo, e non bisogna ritenere strano quindi nemmeno che, perfino nel Medioevo, molti si riunirono in borghi, che possiamo definire come dei piccoli paesi, e che proprio da questi prese il nome una nuova classe sociale: la borghesia. Questo dimostra come le piccole comunità non siano solo roba da sentimentalisti, ma come possano realmente influenzare la Storia in modo positivo, come in questo caso. Si potrebbe quindi affermare che “tutto il mondo è paese”, non nel senso di nazione, ma nel senso che certamente avrebbe inteso Pavese.

La triste realtà che stiamo vivendo in questo periodo, però, non ci può che spingere anche verso altri ragionamenti. Partiamo da un dato di fatto: la pandemia ha portato a riscoprire molti piccoli centri, da Nord a Sud, che altrimenti sarebbero rimasti quasi disabitati. Il paese, durante questi mesi complicati, si è saputo adattare ed è diventato un rifugio per tutti coloro che desiderassero riacquisire un po’ di libertà durante il lockdown e stare all’aria aperta senza risentire delle ormai note limitazioni e distanze. Insomma, se per Pavese una riflessione personale, seppur profonda, poteva bastare ad un uomo per convincersi che “un paese ci vuole”, a noi è servita una tragica epidemia. In ogni caso, ancora una volta, gli abitanti delle Langhe sono stati dei privilegiati, perché hanno almeno potuto evitare di trascorrere i mesi della passata primavera chiusi in un mini appartamento di un condominio di una grande città. Non sappiamo ancora quanto questo fenomeno possa durare, e soprattutto quanto possa incidere su una situazione che definire disperata è un eufemismo, soprattutto in Meridione, dove in diversi borghi, straziati da un micidiale spopolamento, era partita una sorta di ricerca a nuovi abitanti, ai quali si offrivano alloggi con un costo di affitto molto simbolico: 1 €. Forse solo un cartello con su scritto “abitanti cercasi” avrebbe reso meglio l’idea… Evidentemente, le nuove generazioni non sembrano rapportarsi con il proprio paese come Anguilla, che lo considerava a tutti gli effetti come un affetto, e di cui sentiva la mancanza, tanto che nemmeno le stelle nel cielo d’America gli parevano “sue”, quasi si trattasse di qualcosa d’estraneo. Allo stesso modo, anche i giovani oggi soffrono, soprattutto per la lontananza da un altro tipo di affetti, cioè i parenti, specialmente quelli più anziani, a causa della delicata situazione sanitaria. È facile quindi riconoscersi nel protagonista del libro e ritenere di vivere in una realtà fuori dal comune, che non fa per noi e che non riconosciamo come nostra, così come il personaggio pavesiano non riconosceva neppure gli astri. Stiamo vivendo tutti un periodo che ci segnerà per sempre, e ancora una volta capiamo di poter comprendere il presente secondo la chiave di lettura dello scrittore, il quale, in tal modo, ci dimostra di nuovo le sue indubbie capacità.

Per concludere, abbiamo quindi compreso come il paese costituisca da sempre un tassello fondamentale nella comunità e a Pavese va riconosciuto il merito di aver saputo descrivere a parole, attraverso dei racconti, simbolici ma allo stesso tempo legati alla cruda realtà, il rapporto tra questo e l’uomo, così forte e percepibile nella zona delle Langhe, ma senz’altro difficile da spiegare. Per fare questo, l’autore ha saputo calibrare le parole, senza abbandonare lo stile asciutto che lo rappresenta, con la stessa bravura e competenza di un poeta, ma rimanendo pur sempre nel campo della prosa. Trattando Pavese, non ci dobbiamo aspettare di avere davanti opere complesse e ricche di termini altisonanti e raffinati, ma racconti di vita vera, capaci di esemplificare al meglio l’essenza del rapporto tra uomo e paese.

Insomma, senza questi magnifici piccoli centri, siamo sicuri che le Langhe non sarebbero le stesse, né ieri né oggi, e perderebbero, c’è da dirlo, anche molta della loro poesia e atmosfera. Chi desidererebbe scorgere, tra le colline, i grattacieli di una megalopoli invece dei nostri cari paesi, sempre accoglienti e calorosi nei nostri confronti? Senz’altro, se fosse presente una grande città, la nostra zona sarebbe più ricca, vivremmo in un ambiente più moderno, e magari ci sentiremmo un po’ tutti “cittadini del mondo”, come avviene per esempio a Milano. Eppure, oggi non abbiamo da rimpiangere nulla, perché, anche grazie a Pavese, siamo “cittadini del paese”, e possiamo considerarci dei veri privilegiati. 

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