Il mare in collina

Con questo testo, ispirato ai temi del romanzo La luna e i falò, Francesco Corrado ha vinto il primo Premio Pavese Scuole.

Pubblichiamo Il mare in collina, il testo vincitore della prima edizione del Premio Pavese Scuole, inaugurato quest’anno in occasione del Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autore è Francesco Corrado, studente della classe 4A dell’IIS Nicola Pellati di Nizza Monferrato (AT), a cui vanno i nostri complimenti.

Quante cose si possono capire standosene seduti su di un bricco, all’ombra d’un misero ciuffo di foglie verdi.

Tutto mi è parso più limpido nel momento in cui ho scoperto che da lassù si poteva scorgere, tra le macchie e i vigneti, il mare: le schiene nude delle colline respiravano, e tutto intorno si muoveva in perfetta armonia con il sospiro del vento. Ogni cosa era dove doveva essere, e quei bricchi sembravano davvero un porto in agitazione, erano vivi, e tutto ciò che componeva quella scena era protagonista di quel momento.
I fili d’erba, le cime degli alberi parevano marinai, e parlavano e si spostavano, e si muovevano, nel dolce brusio dettato dal vento, mentre tutt’intorno il mare verde che li avvolgeva pareva non poter essere fermato nemmeno dall’orizzonte.

E dato che ora sapevo che persino a Nizza, nascosto fra le colline, c’era il mare, e che quel paesino, abbandonato, gettato lì dove il Belbo gioca e ride, poteva addirittura diventare una Genova, fu meraviglioso scoprire che quel paese, in cui sono nato e cresciuto, poteva diventare in ogni momento tutto quanto il mondo intero.
Da allora prese il sopravvento nella mia mente il pensiero che per poter capire a pieno l’infinità e la complessità della vita dovevo iniziare da lì, dalla mia terra, immergermi in essa fino a capirne l’essenza, fino a farla completamente mia.

L’uomo in fin dei conti è un discorso, e in quanto tale funge da motore permettendo alle parole di prendere forma modellandole e dipingendole. Accordandole e intonandole, le nutre, le combina, per poi lasciare che si uniscano al mondo terreno migliorandolo, giocandoci insieme, baciandolo, rallegrandolo.

E così come le parole trovano significato solo nel rigo d’un foglio, nell’umile spazio stretto fra due labbra, anche gli uomini per poter esprimere al sole la loro essenza hanno prima bisogno d’uno spazio, d’un cantuccio all’interno del quale poter lavorare con minuziosa cura sul proprio “io”, sui propri ricordi, sulle proprie emozioni: hanno bisogno di un posto che sentano loro, dove potersi spogliare, essere nudi di fronte a se stessi oggi, in modo da essere pronti a indossare vesti davanti al mondo domani. Hanno bisogno di un paese come Nizza, col suo Belbo, prima ancora del Po e di Torino; devono assaporarne la terra e i profumi, farci l’amore (perché è amore che unisce i corpi, nudi, privi di ogni veste ricamata dal tessuto sociale in cui la carne si trova), piantarci le radici e godere fino all’ultima goccia di vita che ha da offrire. In questo modo dopo che si sarà costruito un porto, solo allora l’uomo potrà prendere il largo, lasciarsi prendere per mano dal vento e dalle onde; e quando la tempesta incomberà sulla sua nave, l’uomo avrà la sua casa, la sua terra, che, come una moglie apprensiva saranno lì ad aspettarlo, e con loro tutta la sua vita, la sua intera esistenza. Solo a quel punto l’uomo potrà crescere, abbandonare l’infanzia per poter vivere la vita così com’è, fatta di gioie e di dolori, di fatiche e di speranze. Insomma, solo allora l’uomo potrà definirsi davvero vivo.

Altrimenti l’uomo finisce per essere nient’altro che un misero cencio nel tempo, come tante parole senza forma né contesto.
E questo non lo si può capire mentre si viaggia di qui e di lì, per terra e per mare, in preda al brivido dell’avventura, attratti solo dall’apparire dei luoghi e non da ciò che veramente quelle terre sono. Attratto solo dal denaro o, più in generale, dal vizio, che non gli permettono di porre la ragione al centro della propria esistenza, l’uomo non avrà modo di utilizzare la ragione come criterio di giudizio durante la sua esistenza.
La gioventù spesso non ci permette di provare sulla pelle il rimorso e lo smarrimento, che non sono altro che i frutti di una vita senza inizio né fine, un’esistenza vissuta all’insegna dei singoli istanti.
Perché si sa, da piccoli si ha la sensazione di avere fra le mani, limpide e bianche, il mondo intero: si gioca, si punta ad esser grandi, spesso si cresce con la convinzione di conoscere tutto, di poter fare ogni cosa senza doversi preoccupare di ciò che accadrà domani, fra un mese, fra dieci anni.

Sarà poi la vecchiaia che come giudice porrà l’uomo innanzi ad un’inchiesta che metterà in dubbio la sua intera esistenza; lo punirà non permettendogli di viaggiare indietro nel tempo con la sola forza del ricordo, non gli permetterà di tornare là dove è cresciuto, lo terrà stretto nel suo presente dopo avergli aperto gli occhi su un passato che non esiste.
Il perché è semplice: l’uomo che ha vissuto, ha amato il proprio cantuccio e vi ha riposto dentro fino all’ultima virgola delle sue emozioni più intime e sincere, potrà in eterno godere dei frutti del suo intelletto, che sono immutabili ed eterni; al contrario, l’uomo che ha preferito il piacere all’amore, che ha preferito calpestare invece di costruire, avrà vissuto solo nella società degli uomini, nella sua parte più superficiale, che è ingannevole, mutevole, in balìa del tempo e dei minimi sussurri del vento.

Coloro che hanno fatto proprio ogni singolo strato della propria terra, quando torneranno sui loro passi, fra le vie e i palazzi, là dove sono cresciuti, sentiranno ancora riecheggiare le urla, le risate, potranno toccare con mano le emozioni passate, i giorni trascorsi, le serate a gironzolare per i viali, sotto i portici. Non solo potranno ricordare la propria infanzia, addirittura la potranno toccare,rivivere in ogni sua sfumatura.
Questo porterà al matrimonio fra infanzia ed esperienza, il più bell’esempio di maturazione che si possa vedere in un uomo, ovvero l’unione fra la metà tendenzialmente più sognatrice e fantasiosa a quella più pragmatica, terrena, ragionevole.
Perché l’uomo è tale finché durante il cammino riesce a non perdere pezzi di sé, a partire dal più puerile dei ricordi infantili, fino all’ultima storia d’amore spassionato.
E ancora una volta, ad aiutare l’uomo in questo frangente sarà la stessa terra che lo ha cresciuto.
Perché quel pezzo di terra, che ci appartiene, serve a questo: a custodire ogni singola parte di noi, dalla più stupida e insignificante fino a quella più profonda, intima, sincera. Insomma, quel luogo ci rende eterni.

Che questo rapporto d’amore con la propria terra sia fondamentale lo so pure io, che di terre non ne ho viste poi così tante.
Lo so che al di fuori di queste colline, là dove il cielo si unisce alla terra e viceversa, esiste l’immensità del genere umano, fatto di tanti paesi, di città, di storie e culture.
Per dimostrare ciò che ho detto non posso quindi avvalermi né della conoscenza, né dell’esperienza, perché i miei pochi anni non me lo permettono, mi imprigionano nell’ignoranza dettata dal tempo mentre la mia mente vorrebbe essere altrove, protesa all’infinito: ciò che dico, lo dico in qualità di essere umano, di fruitore diretto della terra su cui sono nato, cresciuto, che mi ha trasmesso la forza e l’intelletto per scrivere queste macchie d’inchiostro.

Ebbene, per quanto gli uomini possano essere di varia forma, aspetto o provenienza, non v’è un solo uomo che sia di materia diversa dai suoi simili: questo in quanto la terra sotto i suoi piedi è sempre la stessa, svolge lo stesso ruolo fondamentale, commemorativo sia che si trovi a Nizza, a Torino, a New York.
Perché aldilà delle culture, delle religioni e degli Stati abbiamo l’uomo in quanto tale, che ama e che odia, che soffre e che gioisce, e che costruisce pezzi di storia, genera il futuro e si prende cura del passato.
Ed è proprio per questo che ha bisogno di fermarsi e costruire, custodire gelosamente ciò che in anni di vita travagliata ha scritto con penna o unghie.
Ho capito che la nostalgia, che ferisce e scava dentro di noi, è un semplice capriccio dell’uomo, mentre il ricordo, quell’entità quasi divina che gratifica e rinvigorisce, che educa e accresce, è la vita stessa.

È per questo motivo che sono sicuro quando dico che davvero quel giorno, in cima a quei bricchi, mi pareva che il mare fosse arrivato fra le colline, e che quel paesino fosse in realtà il mondo intero.
O forse era davvero così.

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email