Odore di casa

Con questo testo, ispirato ai temi del romanzo La luna e i falò, Luca Penna si è classificato terzo al Premio Pavese Scuole.

Pubblichiamo Odore di casa, uno dei cinque testi ad essersi aggiudicati a pari merito il terzo posto della prima edizione del Premio Pavese Scuole, inaugurato quest’anno in occasione del Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autore è Luca Penna, studente della classe 4AL del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Nizza Monferrato (AT), a cui vanno i nostri complimenti

In questo momento storico siamo obbligati a correre, produrre, realizzare, siamo spinti lontano da casa, in luoghi a noi nuovi e sconosciuti. Avanzare, progredire, innovarsi: queste  sono le parole d’ordine di un presente che non fa altro che guardare al futuro, voglioso di affrettare i tempi. Questa corsa angosciosa ci proietta sempre più avanti, ci fa tendere all’ignoto avvenire che pur pensiamo di poter conoscere e prevedere.  

In questo marasma rischiamo, però, di dimenticare ciò che ci lasciamo alle spalle: il nostro vissuto, immutabile poiché ormai compiuto e passato. Eppure, se esso non esistesse, se non fosse avvenuto, non avremmo alcun futuro da rincorrere e nemmeno un presente da vivere. In questo momento storico, dove tutto è fluido, mutevole, incostante e incerto, l’unico punto fermo di cui disponiamo è il luogo in cui abbiamo trascorso la nostra infanzia, poiché appartiene al nostro passato. La nostra vita attuale, le scelte che compiamo, il nostro modo  d’essere sono sì dettati dal percorso di vita che abbiamo intrapreso e dalle strade che  abbiamo imboccato, ma un ruolo molto importante è svolto dal luogo e dal contesto sociale da cui siamo partiti. Solitamente, l’infanzia viene trascorsa interamente in un solo luogo, che col tempo ci entra dentro, diventando un tutt’uno con noi. È difficile accorgersene quando avviene, poiché quel luogo è tutto il mondo che conosciamo, ma quando ci si allontana, diventa chiaro come sia forte il legame, sia positivo che negativo, che ci unisce a quel posto. I rumori da cui eravamo circondati, gli odori che eravamo abituati a percepire, il colore del  cielo, delle case, degli alberi, e poi le voci delle persone, la melodia delle musiche, il suono  della lingua, le feste, le sagre, il rintocco delle campane, il frusciare delle foglie: tutti aspetti di uno stesso luogo che possono essere colti e ricordati con malinconia oppure con fastidio. Ogni luogo ha le sue caratteristiche, ogni caratteristica è percepita da persone diverse in modi differenti, ogni persona ha, quindi, una sua diversa concezione del luogo: quel che ai nostri occhi sembra un luogo solo, in realtà appare come mille luoghi differenti. È risaputo che durante l’adolescenza si è insofferenti per tutto ciò che ci circonda, soprattutto  per le cose legate ai nostri genitori: la città, il paese in cui si vive ci sta stretto, i cortili, le  piazze in cui abbiamo giocato da bambini ci annoiano, ci ricordano di quando eravamo piccoli in un momento in cui l’unica cosa che vogliamo fare è diventare grandi; sentiamo il bisogno di uscire dalla bolla in cui fino a poco tempo prima eravamo intrappolati; vogliamo vedere il mondo e ciò che è certo, sicuro, casa, non ci basta, non ci soddisfa più. E così, imbocchiamo la  strada verso il nostro futuro, verso un posto dove poter essere e sentirsi grandi. Col tempo, però, quando i nuovi luoghi iniziano a diventare una quotidianità e l’euforia della novità svanisce, ci rendiamo conto di non appartenere ai quei luoghi, di essere semplici attori, comparse che si aggirano su un palcoscenico sconosciuto di uno spettacolo non loro. Girovaghiamo per le strade senza poter dire di sentirci a casa in nessuno di questi luoghi: nessun ricordo di quel che siamo ci lega a questi posti, non ci sentiamo padroni di dove viviamo, ma degli intrusi, siamo fuori posto. Sentiamo il bisogno di identificarci in qualcosa di tangibile, concreto: certo, anche i luoghi in cui siamo sono concreti, ma non possiamo dire che ci appartengano; nessuna strada o cortile ci ricorda la prima volta che abbiamo pedalato da  soli in bicicletta o la prima volta che abbiamo giocato a palle di neve con i nostri amici. I segni sulla nostra pelle, le cicatrici che abbiamo non sono legate a questi luoghi, la nostra mente non inizia a farci rivivere alcun momento alla loro vista. Le nostre radici, la nostra cultura sono là da dove siamo partiti, nel luogo che ci ha creati, il luogo di cui siamo frutto. Solo lì, la tangibilità dei mattoni delle case tra cui abbiamo vissuto i nostri primi anni di vita ci permette di realizzare che apparteniamo a qualcosa che va oltre la nostra semplice esistenza, che siamo parte di qualcosa di più grande: la comunità in cui siamo cresciuti, che con la nostra nascita abbiamo contribuito ad accrescere, dove siamo stati figli, fratelli, nipoti, amici e dove magari abbiamo conosciuto l’amore per la prima volta. 

In quanto luogo fisico, esso è soggetto al trascorrere del tempo e ciò che abbiamo conosciuto nell’infanzia può cambiare; se abbiamo trascorso l’intera vita nei nostri luoghi d’infanzia, essi non ci sembreranno poi così mutati, poiché col tempo ci siamo abituati al loro cambiamento e siamo cambiati con loro. Se capita, però, di dover abbandonare questi posti per molto tempo, al rivederli stravolti siamo destabilizzati: ricerchiamo le forme a noi note, i segni cui eravamo abituati e quando non li troviamo, una profonda delusione ci pervade e l’insicurezza ci abita. Non ci sembra possibile che i luoghi che ci identificano, quelli in cui ci sentiamo a casa, che  sentiamo nostri, possano non essere gli stessi che conoscevamo: ci sentiamo come se una  parte di noi ci avesse abbandonato, voltato le spalle; le nostre certezze sono venute meno, sono state spazzate dal turbinio del tempo che avanza, che ci ha tolto gli appigli per reggerci e da cui ripartire. 

Per contro, se abbiamo vissuto la nostra infanzia in un contesto sociale piccolo, famigliare, isolato e alieno dai grandi stravolgimenti del tempo, quale per esempio un piccolo paese collinare o montano, esso rimarrà pressoché immutato. Nelson Mandela disse “Niente come tornare in un luogo immutato ci fa scoprire quanto siamo cambiati”, una frase che ci permette di toccare un tema interessante. Sì, perché il vero cambiamento non sta nel luogo in sé ma in chi lo vede; ritrovarsi di fronte al muretto di mattoni con ancora impressi nell’intonaco i colpi del pallone che eravamo soliti calciare da bambini, è un momento unico e rivelatorio: immediatamente siamo proiettati indietro a quei pomeriggi di noia e calura estiva, con il ritmico rimbalzare del pallone contro il muro che rimbomba nella testa. Riviviamo quei momenti, ci mancano, ma ben presto ritorniamo all’oggi, ormai adulti con un passato alle  spalle. Questo luogo ci pone di fronte due momenti della nostra vita e ci fa rendere conto di tutte le cose che sono cambiate da allora. Capiamo, così, che, pur essendo diversi, le emozioni vissute da bambini si ripresentano a distanza di anni, uguali. Ne è passato di tempo, ma forse siamo sempre i bambini di una volta, continuamente in cerca di qualcosa che non sappiamo definire; abbiamo vissuto, sperimentato, scoperto, abbiamo superato il confine che da ragazzi guardavamo da lontano con impazienza: dall’altra parte vi abbiamo scoperto il mondo, in grado di manipolarci, di modificarci, ma incapace di farci dimenticare le nostre origini, chiuse al sicuro dentro di noi, nostra unica costante. I tetti, le case, le strade, la gente, i momenti dei  nostri anni di gioventù sono impressi nel nostro io e costituiscono quel patrimonio di elementi che ci identificano. Sono il solido appoggio da cui siamo partiti e verso cui, come salmoni che risalgono la corrente verso il luogo in cui sono nati, tendiamo a ritornare, almeno una volta nella vita.

 
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email