Un paese a specchio

Con questo testo, ispirato ai temi del romanzo La luna e i falò, Martina Teresa Montanaro si è classificata terza al Premio Pavese Scuole.

Pubblichiamo Un paese a specchio, uno dei cinque testi ad essersi aggiudicati a pari merito il terzo posto della prima edizione del Premio Pavese Scuole, inaugurato quest’anno in occasione del Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autrice è Martina Teresa Montanaro, studentessa della classe 3AL del Liceo Scientifico Galileo Galilei di Nizza Monferrato (AT), a cui vanno i nostri complimenti

Tutto il mondo è fatto di tanti piccoli paesi, eppure tra loro sembrano tutti così diversi. Pieni di tante piccole persone potremmo quasi definire che cos’è un paese, eppure non sarebbe mai una definizione corretta, forse è dove affondiamo le radici un paese o magari proprio al contrario è da dove dobbiamo fuggire per trovare il nostro posto. Sembra spesso che trovare un luogo di appartenenza sia necessario, un dato del nostro curriculum, che influisce insindacabilmente sul nostro io. Eppure tornare è bello, tornare e rivedere quei luoghi che non sono solo paesaggi e immagini, ma sono attimi sospesi nella bolla del nostro paese. Un’immagine fin troppo dolce per chi sa che in un paese “non è facile starci tranquillo”, ma è pur sempre il tuo. Il paese è quella caratteristica di te che non amerai mai, che non porterai mai come un vanto ma come quella caratteristica nascosta da svelare un po’ come si svela quella fissazione strana o quel segreto dell’infanzia che non è poi così segreto. Perché poi il paese è infanzia, quell’infanzia un po’ protetta ma non del tutto libera, quell’infanzia che ti fa pensare tutto il tempo che un giorno te ne andrai, ma alla fine, quando parti, ti chiedi se è la cosa giusta. Quando fuggi, vivendo esperienze un po’ alla Oliver Twist ti sembra sempre che al tuo paese non mancasse nulla, eppure qualcosa mancava a te. Qualcosa manca a te da quando nasci e a volte non si completa mai, nemmeno se vai in capo al mondo, perché è sempre stato lì. Il paese è una riflessione dell’introspezione umana molto più grande di quanto sembri, un meccanismo ad ingranaggi quasi perfetto, non sempre oliato, che funzionerà a lungo, anche se obsoleto. Il corpo umano invece è la vera e propria macchina perfetta, ma quando deve guardare dentro di sé ecco che si sabota e diventa tutto così irreale e fluttuante. Fluttuiamo, e diventiamo ombre quando rivisitiamo quei luoghi che ospitano ricordi così pieni di buchi perché troppo antichi per essere nitidi, e sono mutevoli, intercambiabili. Il paese era sempre stato lì, ad aspettare, ma quando scappiamo viviamo una realtà diversa? La verità è che qualsiasi possa essere la risposta i difetti umani ci accompagnano ovunque, anche quando il paese non esiste più. E non esiste più dal momento in cui il ritorno non è più da ospite, di quella vecchia casa, ma quando diventiamo turisti, della nostra stessa culla. Non lo riconosciamo più, eppure non è cambiato nulla, siamo cambiati noi che abbiamo colmato quel vuoto insito nella natura umana, oppure siamo solo cresciuti. E quando si cresce, si perde un po’, un po’ di tutto quello che è stato e diventa tutto sfumato, confuso. La solidità che un paese ha negli occhi di un infante cambia con lui, tanto da far diventare quella piccola certezza di casa, confusione. Pensare di sapere cos’è il proprio paese è quindi impossibile, anche dopo quarant’anni perché, come un uomo, cambia e mostra le sue più varie sfaccettature in centinaia di istanti diversi che catturiamo con la speranza di avere, prima o poi, delle risposte. Risposte impossibili, grandi quesiti che potrebbero ricevere risposta magari filosoficamente, ma che in aspetto pratico rimarranno sempre terribilmente oscuri alla limitata mente umana. L’autonomia umana diventa così solo un’assoluta illusione alla luce del fatto che manca la conoscenza anche delle cose più semplici, tanto che ci riduciamo a credere che il paese serva solo per il gusto di ritornare e non per il piacere di vivere lì momenti che non ritorneranno più, perché lo scorrere inesorabile del tempo è molto più crudele del previsto. Ci sembra sempre di trascorrere troppo tempo in quel paese così piccolo, che tutto il mondo sia dannatamente limitato a quello, eppure uscire da quello spazio così piccolo è solo questione di un paio di battiti di ciglia. Finiamo quindi in quello che fin troppo spesso chiamiamo il “mondo vero” ma non è altro che la proiezione parecchio ingrandita di ciò che già era stato fino ad allora.  

Diventa quindi surreale pensare di poter distinguere la realtà del nostro paese dalla realtà di un mondo che è fatto da tanti altri piccoli paesi, rendendoci tutti succubi di una condizione comune, eliminando qualsiasi preconcetto ed associando ogni uomo al luogo dove sono sorte le sue radici. Radici che vanno oltre ogni nazione o etnia, che si intersecano in un mare di dubbi e perplessità che forniscono alla popolazione mondiale una matrice comune. Una matrice comune come il paese fornirebbe quindi quel valore unitario che potrà accomunare sempre gli uomini in nome delle infanzie. Infanzie diverse, vero, oggi  digitalizzate che permettono di fuggire dal paese anche solo sbloccando uno smartphone, ma pur sempre un periodo di estrema innocenza che contiene una leggerezza che mai più  ritornerà.  

E probabilmente anche quel ritorno non è così scontato, ma anzi, ricco di perplessità, di significati, soprattutto se consideriamo che non possiamo parlare del “ritorno” come se fosse una formula matematica che avviene sempre in tal modo. Si può ritornare di propria volontà, anche no. Si può tornare per restare, o giusto per quei due giorni necessari per risolvere qualche questione in sospeso. Si può tornare contenti, delusi, soddisfatti… ma, in ogni caso, si torna diversi. La grande fuga che ci ha allontanati da quel nido, ha fatto sì che quel nido perdesse parte di sé, della sua integrità e rende la realtà che si palesa davanti a noi in qualche modo, ambigua. Noi non siamo come il paese ci ha visto l’ultima volta, ma anche lui è cambiato e mutato e sembra poter andare benissimo avanti anche senza di noi, una presenza del tutto indifferente. Forse è questo che ci spinge spesso a rivivere i nostri ricordi proprio ove li abbiamo vissuti, e non solo nella nostra mente, perché quel luogo in quel momento, funzionava perché c’eravamo noi e solo noi lo sappiamo. E così quei ricordi, che sono contornati anche da famiglia, amici, diventano il simbolo di un luogo che è morto, e vive nella nostra memoria come ci vivono tutte quelle cose che riemergono in noi solo in determinate circostante, insomma solo quando vengono evocate certe situazioni e si verifica  la sindrome di Proust. Quando cerchiamo la nostra vera identità, quindi, spesso non capiamo quanto a formarci siano state anche quelle occasioni, tanto che ci sembra solo che un luogo diverso dal nostro paese, che non possiamo ben definire dato che il concetto stesso di paese rimane a me molto vago, possa essere parte integrante di noi. Cerchiamo noi stessi in quei luoghi dove siamo stranieri, dove i nativi si contano in punta delle dita, senza sapere che noi saremo sempre stranieri di questo mondo, se prima non troviamo noi stessi, e dobbiamo trovarci attraverso gli anni, attraverso quelle fasi che hanno fatto di noi molto più di uomini. Hanno fatto di noi uomini dotati di umanità, che è ben diverso, perché un paese è umano solo quando è fatto di chi sa prendersi cura di quel luogo. Diventa solo un agglomerato di case se manchiamo noi, in grado di commuoverci, di divertirci. Se manchiamo noi, uomini confusi, spesso allo sbaraglio, non avremmo bisogno di fuggire, non avremmo bisogno di paese, non avremmo bisogno di cercare di portare le nostre radici  altrove per poi tornare indietro a raccogliere i pezzi. 

Raccogliamo pezzi di noi stessi come se fosse scontato far così, come se invece non bastasse ricordarsi che lasciare qualcosa di nostro è del tutto naturale, un po’ com’è naturale parlare, respirare, sopravvivere. Ed è ben diverso sopravvivere dal vivere, soprattutto in un paese dove ognuno è parte integrante di quella comunità così unita ma dove ognuno è talmente solo, che ogni rapporto diventa arido, tossico, malato. La diffidenza è radicata in certi animi fin troppo a fondo per poter costruire un qualcosa di vero in un paese, e non cambierò io la situazione, ma la condizione generale la conosciamo tutti quanti fin troppo bene per non agire. Agire per far sì che il gusto che ci sta nel paese non è solo quello di fuggire, ma è quello di custodirci quell’intimità, un’intimità che abbiamo perso non quando abbiamo cambiato ambiente, ma, al giorno d’oggi, quando abbiamo usato per la prima volta quel cellulare che ci ha interconnessi ad altri centinaia di paesi, dove tutti sembravano uguali a noi, tutti ci capivano. 

Così ecco che appare chiaro che il paese abbia lasciato in noi un segno, così come noi lo abbiamo lasciato in lui, come il letto di un falò, il segno di quel gesto così scioccante di cui Anguilla aveva saputo solo anni dopo. Eppure il paese non ci chiede una testimonianza, un paese non ha bisogno del segno del nostro passaggio, ma è il nostro istinto primordiale a dirci che ce n’è bisogno. Al contrario invece quando siamo noi che subiamo l’imprinting dei nostri luoghi non possiamo descrivere un sentimento comune. C’è chi se ne vorrebbe liberare e chi invece senza, avverte, come se si sentisse spoglio, un sentimento di  abbandono. Sembra quasi che, dato che esiste un paese, debba esserci anche un anti paese, per Anguilla è l’America, ma oggi, per noi, cos’è? È forse possibile definire il contrario di qualcosa che ci è misterioso anche nella sua forma a noi visibile ogni giorno? Quegli squarci che noi riviviamo nella nostra mente sono carichi di emozioni che quindi, per logica dovrebbero essere opposte davanti al luogo che ci siamo scelti, dove non siamo nati, dove non c’è nessun motivo per ritornare e dove, soprattutto, la nostra infanzia è nulla. Il problema sorge quindi dal tentativo di cucire tutta la nostra vita con un unico filo, senza capire che la  crescita dell’individuo e il formarsi della propria identità personale rende impossibile poter utilizzare un unico filo. Siamo diversi, siamo diversi ogni istante, subiamo influenze e  situazioni che ci portano a dover comprendere che gli occhi con cui guardavamo una situazione in un determinato momento, non sono gli stessi dopo che ci allontaniamo dalla persona che eravamo, il tempo è un nemico troppo grande.  

Tempo al tempo il nostro paese andrà via, la nostra memoria affievolirà ciò che ricordiamo dei primi anni della nostra vita e verremo a conoscenza di certi fatti solo tramite terzi, perché anche se nel paese c’è qualcosa di tuo, qualcosa che ti aspetta, ti dimenticheranno e come cenere voleremo via. Il paese andrà avanti, Anguilla è andato in America eppure nulla si era fermato, nemmeno il tempo di un sospiro, perché era un granello di sabbia tra tanti, e così  lo siamo noi. L’affievolirsi dell’importanza della nostra presenza inizia dal momento in cui possiamo produrre pensiero, e, a fiumi, ecco che i dubbi ci rendono privi della spensieratezza che non era stato il paese a darci, ma la vita stessa. Il paese, dal canto suo, ci aveva permesso un luogo di finta salvezza, dove ci credevamo assolutamente protetti, la  nostra campana di vetro. Ma ci si era fatti male, chissà quanto si era fatta male Santa a fare la spia, in quegli anni così diversi dai nostri, forse anche più insidiosi. Questo non è un ghetto, nessuna testa ha una taglia, eppure la nostra condanna a morte è firmata quando iniziamo a sentirci fuori posto anche sotto il nostro stesso tetto. E il paese, specchio di noi, non ci riconosce più, perché lo abbiamo abbandonato.

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