Le lectiones magistrales

Ecco le lectiones magistrales tenute da Antonella Anedda, Antonio Franchini, Stefano Mauri, Tommaso Pincio, Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin durante la cerimonia di premiazione del Premio Pavese 2021 (ph. @Fabjo Hazizaj).

Antonella Anedda

Sezione poesia

Premio Pavese 2021

Attraverso questo premio di cui vi ringrazio vorrei celebrare un’alleanza: triplice, tra poesia, prosa, traduzione. Un’alleanza senza frontiere, senza l’ombra di quei muri che una parte d’Europa, dopo l’America di Trump, sembra abbia intenzione di costruire, senza quei fili spinati che sono davvero le spine dei nostri secoli e non dovrebbero essere neppure mai stati pensati.

Tutte e tre non sopportano la retorica, tutte e tre hanno bisogno del ritmo, tutte e tre sanno quanto sia importante il ritiro da una presenza troppo presente. Tutte e tre: prosa poesia traduzione aprono continuamente porte e lasciano entrare uno spazio che si raddoppia. Come qualsiasi porta lo spazio che si intravede dal pianerottolo lascia trasparire una forma di orizzonte. Poesia prosa. Continua

 

Antonio Franchini

Sezione narrativa

Premio Pavese 2021

Sono molto felice di ricevere il premio Pavese. Perché il mio libro porta come sottotitolo “racconti postemingueiani”, ma per la mia generazione, per molti della mia generazione e sicuramente per me il peso di Hemingway e quello di Pavese è stato identico. Enorme e identico. Erano due scrittori che parlavano ai giovani e continuano a parlare adesso a quei giovani che sono diventati anziani. Sono due scrittori che parleranno ai giovani di sempre. Sono due scrittori che tendono a evitare l’età di mezzo, quella della presunta maturità, quella più irreale, più illusoria, meno interessante. Continua

 

Stefano Mauri

Sezione editoria

Premio Pavese 2021

La fortuna è cieca, sta a noi saperla vedere.
Vi ringrazio vivamente per questo premio e per le generose motivazioni che lo accompagnano. Vi ringrazio anche a nome di tutti coloro che con me hanno costruito e guidano questa flotta di case editrici. E vorrei dedicarlo ai membri dell’equipaggio che sono recentemente scomparsi: Renzo Guidieri, Luis Sepúlveda, Luigi Spagnol e Simona Lari. Una collega così amata che per il trigesimo abbiamo partecipato in 100 ad un flash mob.
Io sono caratterialmente incline a non guardarmi indietro e a guardare sempre avanti per progettare e magari anticipare il futuro, ma negli ultimi anni, prima con la morte di Luigi Spagnol, a cui ero molto legato, e poi in questi giorni leggendo le bellissime motivazioni del premio, sono stato costretto a volgermi verso il passato per ripercorrere la navigazione fin qui compiuta. Sento di dovervi spiegare come è andata. E quanta fortuna ho avuto. Continua

 

Tommaso Pincio

Sezione poesia

Premio Pavese 2021

La settimana scorsa, nel segnalarmi che sul sito della Fondazione era stato appena pubblicato l’annuncio con i nomi dei vincitori di quest’anno, Giulia Boringhieri mi scriveva: «Spero che tu ti riconosca». Si riferiva ovviamente alla motivazione. Le ho risposto che era un ritratto bellissimo e fin troppo generoso, lasciando intendere che mi sentivo, come è naturale, immeritevole di un simile riconoscimento, anche se, e pure questo immagino sia naturale, contento e grato. Era però anche un modo per eludere la domanda, perché io non mi riconosco mai. Non mi riconosco nelle foto. Non mi riconosco quando mi capitare di riascoltare la mia voce registrata. Non mi riconosco in quello che gli altri pensano di me. Non mi riconosco nei riconoscimenti. Non mi riconosco mai. Nemmeno allo specchio, anzi soprattutto allo specchio, tanto che ho perfino tolto dal bagno quello peraltro piccolo che tenevo appeso sopra al lavandino. L’ho spostato su un tavolo, in un angolo più appartato della casa, in modo da confrontarmi col mio riflesso o col mio doppio – per stare all’immagine evocata nella motivazione – il meno possibile. Continua

 

Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese, Lorenzo Tomasin

Sezione saggistica

Premio Pavese 2021
Premio Pavese 2021
Premio Pavese 2021

All’epoca della costituzione del sistema universitario europeo moderno e di quello italiano unitario, nel secolo XIX, la Storia della lingua italiana non esisteva come disciplina a sé ed era al più un soggetto di studio erudito e aneddotico per letterati curiosi e versatili, o il tema di conferenze declamate accanto ai caminetti accesi di raffinate sale di lettura. Tutte novecentesche sono, in effetti, la sua conquista di un campo autonomo e la costituzione di un – peraltro ancora piccolo, quasi domestico – pantheon di maestri fondatori o di penati accademici. La generazione di chi si è affacciato a questi studi tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo non è dunque una schiatta di nobilastri dal lungo pedegree ma piuttosto quella, vigorosa e un po’ arruffata, dei figli e nipoti di pionieri che avevano solo attaccato ma non certo esaurito in tutte le sue potenzialità un campo di studî se non vergine, ancora fresco.

La Storia dell’italiano scritto nasce dall’idea che nell’orto scientifico di cui stiamo parlando, pur già suddiviso in ordinati filari da varie opere seminali, vi fosse non solo lo spazio, ma quasi la necessità di tentare modi ancora inesplorati di descrivere la disciplina nel suo insieme, o perlomeno nel suo nucleo più istituzionalmente definito. Un decennio fa tale non era solo la convinzione dei tre moschettieri che si misero a progettare una nuova storia della lingua concettualmente e strutturalmente diversa da quelle illustri, che già tracciavano i confini della disciplina. Continua