Pavese Festival 2020: Tina Cosmai

La giornalista e scrittrice Tina Cosmai presenta il percorso fotografico ispirato ai luoghi e ai paesaggi del romanzo La luna e i falò in mostra a Santo Stefano Belbo dal 4 settembre. 

Che cosa ha rappresentato e che cosa rappresenta Cesare Pavese, per una giornalista, scrittrice, ed ora anche appassionata di fotografia, nel 70° anniversario della sua scomparsa?

Rappresenta la mancanza, l’assenza di una letteratura che si rapporta fortemente con la vita. Pavese rappresenta il mito del ritorno, incompiuto, qualcosa di profondamente desiderato ma eternamente sfuggente. Lo scrive ne Il mestiere di vivere:
“Ché da tutte le cose siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose”.
Pavese incarna la dialettica dell’esistenza, il perdere e il ritrovare che culmina nella passione per la vita. Credo che il Novecento letterario si chiuda con Pavese.

Perché hai scelto di “narrare” proprio Cesare Pavese e per quale motivo hai scelto di farlo attraverso la fotografia e non invece con le parole, ricollegandoti quindi ai tuoi esordi professionali di giornalista e scrittrice?

Perché la malinconia dell’amore, nel suo senso più ampio, percorre l’intera opera di Cesare Pavese. Con una prosa lirica, egli si rapporta con l’uomo e la natura in una spiritualità capace di toccare le corde più profonde dell’anima. Pavese è uno scrittore che appartiene al mito, del paesaggio, del ritorno… In alcuni passi de La casa in collina emerge lo straordinario sforzo nel recupero del
passato. Questo è un sentimento che vivo spesso: un ritorno all’infanzia, ai luoghi propri, senza mai poter pienamente riconquistare la vita che fu e quindi un eterno cominciare a vivere. Ho scelto di raccontare ciò con la fotografia perché essa è il mio nuovo
linguaggio, la rappresentazione iconica del paesaggio di Pavese, dei luoghi a lui cari, del rapporto intenso tra immagine e parola: i filari sono come parole, scrittura sulle colline.

Quale opera di Pavese ha dato vita al tuo impulso e ti ha portata a realizzare questo progetto?

Sicuramente La luna e i falò. L’ultimo romanzo di Pavese, che avevo letto ai tempi dell’adolescenza e che ho riletto nell’inverno del 2019. Subito dopo sono partita per le Langhe. Anch’io, come molti, penso sia il romanzo più bello di Cesare, dove emerge il difficile ritorno del protagonista, Anguilla, nel suo paese natale. Qui, con l’amico Nuto, percorre un viaggio in un passato che non riesce ad afferrare, sempre in bilico, tra la memoria e il futuro. Eppure “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo“. Sentimenti di appartenenza e di fuga che ho ritrovato in me. Anch’io ho lasciato il mio paese, per visitare orizzonti più ampi. Anch’io, ritornando nella mia terra, mi sono sentita estranea, in una ricerca spasmodica di un senso d’appartenenza che riporti alla luce le proprie radici. D’altronde per Pavese, le colline di Canelli “sono la porta del mondo. È bellissima questa unione tra la radice spirituale e la terra, il paesaggio, il paese. Ne La luna e i falò, l’uomo è tutt’uno con il mondo; è la natura che racconta la storia, i filari, le rive di noccioli, le colline, le campagne. Eppure, ci si può sentire vertiginosamente in bilico tra l’appartenere e l’abbandonare. Ecco, il dramma di Anguilla, è il mio dramma.

 

Nella fotografia prediligi gli aspetti surreali e metafisici dell’ambiente, ma in questa mostra ci presenti fotografie di luoghi reali e tangibili. Che cosa ti ha spinto a questa scelta?

In realtà c’è l’aspetto surreale in questo progetto ed è la sovrapposizione di immagini che narrano il mio percorso interiore, nella visione dei luoghi. È come se avessi voluto fondere il mio amore per Pavese con il racconto dell’autore. Ho voluto inserire la mia fantasia nello scenario pavesiano. Le foto di alcuni paesaggi sono prive di immagini altre, perché volevo esaltare la bellezza di alcuni luoghi, le stratificazioni di luce e di terra, le aperture, le valli.

L’utilizzo della fotografia in bianco e nero: perché questo tipo di scelta 
piuttosto che il colore?

Ho fotografato d’inverno, volevo una terra nuda, vera. Evidenziare la forza del paesaggio. Aveva nevicato da poco per cui c’era questo contrasto bianco scuro. Il paesaggio si donava, inondato di luce. Ogni frammento di terra brillava. Le colline sembravano più vive che in estate. Per esaltare tutto ciò, senza concedere distrazioni, ho scelto il bianco e nero, l’essenza, il cuore.

Qual è l’opera di Pavese che preferisci e per quale motivo?

Sicuramente La casa in collina, un romanzo in cui Pavese si esprime sulla guerra partigiana, sul fascismo e sulla nostra eredità. Un romanzo in cui il valore della vita è più forte dell’impegno civile e storico. “Ogni guerra è guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”. È un romanzo di piena maturità, in cui c’è il mito dell’infanzia nel personaggio di Cate, donna amata dal protagonista e madre di un figlio che forse è suo. C’è un grande senso di responsabilità storica e la malinconia per le incomprensibili ragioni della guerra, dei valori della resistenza partigiana. C’è il paesaggio collinare che contiene l’intera storia, che dona fiducia e speranza. Penso che ne La casa in collina, ci sia tutto di Pavese: la morale, il giudizio sulla Storia, l’amore per le Langhe, la ricerca dell’infanzia, il dramma della solitudine esistenziale.

Info e prenotazioni

La luna e i falò. Cesare Pavese, l’infanzia il paesaggio il ritorno

4 settembre – 23 settembre 2020

Fondazione Cesare Pavese – Chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo

Inaugurazionevenerdì 4 settembre ore 18.00 (solo su prenotazione dalla pagina della Fondazione su Eventbrite a partire dal 24 agosto 2020). Per consentire l’espletamento dei controlli previsti dalla normativa anti-Covid, ogni partecipante dovrà presentarsi in Piazza Confraternita I munito/a dell’informativa Covid e dell’informativa privacy debitamente compilate e firmate con un’ora di anticipo rispetto all’orario di inizio dell’evento. È obbligatorio l’uso della mascherina e il rispetto del distanziamento interpersonale.  

Orari di visita: 
per tutta la durata del Pavese Festival e nei giorni successivi, la mostra sarà visitabile secondo gli stessi orari e modalità previste per le visite guidate alla Fondazione Cesare Pavese.

 

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