Con questo racconto in prima persona Jovana Kitanova si è classificata terza al Premio Pavese Scuole 2025.
Pubblichiamo La paura del mare, il testo che si è classificato terzo alla sesta edizione del Premio Pavese Scuole, riconoscimento che affianca il Premio Pavese per avvicinare i giovani allo scrittore e promuovere la lettura delle sue opere in chiave personale. L’autrice è Jovana Kitanova dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Nicola Pellati” di Nizza Monferrato (Asti), classe 3AL, cui vanno i nostri complimenti.
«Mamma sono a casa!» esclamai dopo aver varcato la porta dell’appartamento in cui abitavo da anni ormai. «Ciao amore! Com’è andata oggi a scuola?» mi chiese lei con un sorriso raggiante e accogliente, che aveva il potere di scaldarmi il cuore in un attimo. «Tutto bene mà! Oggi le ultime due ore avevo ginnastica, sono sudata marcia, mangio qualcosa al volo e corro a farmi la doccia». Lei annuì, scuotendo la testa in segno di sì.
Dopo una lunga giornata scolastica finalmente potevo buttarmi sul letto e riposare. Era strano però: non avevo sonno. Passai alcuni minuti a fissare il soffitto della mia camera, a guardarmi intorno, riflettendo sulla lezione di italiano che avevamo svolto poche ore prima. La professoressa ci aveva parlato di un certo Cesare Pavese e in classe avevamo anche letto una delle sue traduzioni più famose: Moby Dick o la balena. Pensai a quanto Ismaele, il protagonista della storia, fosse diverso da me. La cosa che lui amava più di se stesso, il suo posto sicuro e il luogo dove si sentiva davvero libero, erano il mio incubo più grande. Non ho sempre odiato il mare. Mi hanno costretta ad odiarlo.
Avevo circa sei anni quando io e la mia famiglia fummo costretti a scappare, a lasciare la nostra terra d’origine. In Libia non c’era più stabilità politica ed economica, non c’era più lavoro e, dopo la caduta del governo, il paese era entrato in una fase di disordine totale causando anche la diminuzione della sicurezza pubblica. Insomma, casa non era più casa. Dopo aver passato un anno nella paura, i miei presero quella che probabilmente è stata la decisione più difficile della loro vita: lasciare il paese e ricominciare da zero.
Non so come siano andate davvero le cose, in famiglia evitiamo di parlarne. Facciamo finta di averci messo una pietra sopra, ma in fondo lo sappiamo tutti che nessuno è davvero riuscito a superare l’episodio avvenuto, anche a distanza di anni. Io ero troppo piccola e ingenua per capire cosa stesse succedendo, e ancora oggi, dopo essermi fatta raccontare tutta la storia dai miei genitori, non riesco ancora a comprendere totalmente l’accaduto: ci sono troppe vicende che non si collegano tra di loro.
Una notte però, fui costretta a lasciare casa, senza sapere che non l’avrei mai più rivista. Venni trascinata in un porto e fui obbligata a salire su una vecchia barca. Passarono ore e ore e io non volevo far altro che andare a casa. Chiesi al babbo «Papi, ma dove stiamo andando? Io voglio tornare a casa, non mi piace qui! Perché piangono tutti? Ho sete». Non mi dimenticherò mai di quello sguardo. Dentro a quegli occhi c’erano la disperazione, lo sconforto e la forma di tristezza più assoluta. Papà, il mio eroe, colui che mi incoraggiava ogni volta che piangevo, che mi aiutava a rialzarmi quando cadevo giocando a calcio, scalza, con i miei amici, gli occhi in lacrime, cercando di trattenere il dolore, mi rispose: «Lo so piccola, non piace neanche a me questo posto, ma non possiamo tornare a casa. Ti prometto che ti porterò in un luogo migliore e non dovrai mai più vivere questo incubo». Effettivamente, era un vero e proprio incubo. Non riuscivo a credere di star vivendo una situazione del genere. Prima di allora mi era successo di fare brutti sogni ma non ne avevo mai vissuto uno. Questa volta non c’era il babbo accanto al mio letto a dirmi che sarebbe andato tutto bene. Certo, lui era pur sempre accanto a me, ma niente stava andando per il verso giusto, e lui non poteva farci niente, anzi, avrebbe avuto bisogno di conforto proprio come ne avevo bisogno io.
Piansi, cercando di nascondermi dagli occhi altrui, tentando di trattenere i singhiozzi che mi stavano soffocando. Avevo paura come mai in precedenza. Passarono un altro paio di ore e io iniziavo ad avvertire una fame insopportabile. Calò il silenzio e io rimasi da sola nei miei pensieri. Promisi a me stessa di non mettere mai più piede su una barca, perché quella lì era scomoda, mi stava portando lontano dalla mia casa, dai miei amici. Iniziai a provare un odio profondo per il mare, che mi faceva venire voglia di vomitare. Non si vedeva niente e solo Dio sa quanto io abbia paura del buio.
Con il passare del tempo le onde si fecero sempre più agitate, e io con loro. Da piccola amavo quando mamma mi metteva nella culla e mi dondolava per farmi addormentare, ma questa non era la stessa sensazione: qui non mi sentivo al sicuro.
Il rumore delle onde era insopportabile, il silenzio dei miei compagni di viaggio, assordante. Nessuno osava dire una parola, eppure, erano tutti svegli. Stremata dalla fame e dalla sete, mi addormentai senza volerlo.
Il sogno che feci me lo ricordo benissimo ancora oggi: per anni è rimasto uno dei miei incubi più temuti, soprattutto dopo il viaggio. Ero sola su quell’imbarcazione, se così possiamo definirla, e il mare mi parlava. Non aveva una voce tranquillizzante, anzi, era tenebrosa e oscura, ma soprattutto, misteriosa. Nella mia testa si ripeteva un sibilo che mi provocava i brividi: «Io non ho un cuore, la tua vita dipende da me, posso toglierla, strappartela via dalle mani. Non sei al sicuro» oppure «Da me non puoi scappare, anche le tue lacrime sono salate come lo sono le mie acque, io sono una parte di te».
Improvvisamente le paure che avvertivo da sveglia si realizzarono: le onde colpivano violentemente la barca, che gridava aiuto, lottando con tutte le sue forze per non affondare. Chiedeva pietà, spiegando che era ormai vecchia, e che non riusciva più ad affrontare il pericolo del mare come quando era ancora ben funzionante.
Io ero inerme, sapevo di essere incapace di agire, e anche se l’avessi fatto, non sarebbe servito. Mi limitavo a piangere disperatamente, e ad aggrapparmi sulla barca con tutta la forza che avevo in corpo, ma che non era sufficiente, essendo solo una bambina.
All’udire i miei singhiozzi, il mare rideva, si divertiva a torturarmi, a vedermi soffrire. Un fulmine colpì il posto accanto al mio facendo affondare il battello che mi teneva ancora in vita. Nel frattempo le risate si facevano sempre più forti e maligne. Venni trascinata dalle onde e spinta sempre più in profondità. La sensazione del mancato respiro mi fece realizzare che io, effettivamente, non sapevo nuotare. Avvertii il mio corpo annegare e morire. Quella brutta sensazione mi fece svegliare di colpo, tutta sudata, con un balzo.
Era già giorno e tutti si erano girati a guardarmi. Le mie guance arrossirono dalla vergogna e mi ricordo di aver ripetuto innumerevoli volte la stessa frase nella mia testa: «Dannazione a te, mostro d’acqua, ti odio con tutto il mio cuore, è tutta colpa tua!». Cercai di non piangere, ma i miei sforzi erano inutili. Sprofondai tra le braccia del babbo che mi strinse a lui come mai prima d’ora. Il calore e la sincerità di quell’abbraccio mi aiutarono a calmarmi.
Passò il giorno. Io non ce la facevo più. Iniziai a fare domande su quanto tempo sarebbe ancora rimasto, a ogni domanda, le lacrime scendevano sempre più frequenti. Non ce la facevo più. Non mi impegnavo più a nasconderle, tanto, non ero l’unica a piangere. Piangevano anche gli adulti, chi più e chi meno, ma almeno loro non si lamentavano come facevo io.
Verso sera intravidi altre barche, pensai di non essere l’unica a vivere quella situazione, ma loro erano diversi. Indossavano delle magliette fosforescenti e le persone vicino a me iniziarono a gridare aiuto. Non capivo cosa stesse succedendo e non capivo nemmeno in che modo potessero aiutarci, dato che stavano vivendo la stessa tragedia. Qualcosa però non andava, non parlavano la mia stessa lingua, e non riuscivo a capire quello che dicevano. Erano agitati e avevano fretta di fare qualcosa ma non riuscivo a spiegarmi il motivo. Papà era in piedi che agitava le mani e la barca stava iniziando a dondolare da una parte all’altra.
Improvvisamente vidi negli occhi delle persone che prima sembravano rassegnate dalla disperazione una luce di speranza. Una nave, molto più grande e spaziosa della nostra, che prima era lontana, si avvicinò e i soccorritori ci tesero le mani con l’intento di salvarci. In quel momento capii che le mie ansie stavano per essere pacate e mi convinsi che, una volta salita su quella nave, tutto sarebbe finito e io mi sarei salvata.
Ci impiegarono tempo prima di trasferirci tutti da un’imbarcazione all’altra, ci offrirono cibo e bevande calde, ciò di cui avevo bisogno da giorni ormai. Purtroppo però, le cose non andarono come previsto. Certo, quel posto era di gran lunga più accogliente, ma nelle eterne ore che trascorremmo prima di toccare la terraferma io non mi tranquillizzai affatto.
Lì sembrava tutto molto più sicuro, non si stava così stretti, ma il mare era pur sempre quello. Mamma mi consigliò di dormire accanto a mio fratello di soli 3 anni ma ogni volta che ci provavo, assistevo ad un attacco di panico causato dalla paura di rivivere quel sogno, di sentire nuovamente quelle risate, quelle frasi ripetute che mi facevano rabbrividire dal timore. Piansi, e piansi ancora, senza fermarmi: non riuscivo più ad avere il controllo del mio corpo. Tremavo, volevo solo andare a casa e ritrovare quella spensieratezza che tutti i bambini dovrebbero avere durante tutto il periodo della loro infanzia, e che io avevo perso.
Il trauma che avevo subito e che era ancora in atto, me l’aveva portata via per sempre, e io, ancora una volta, non potevo fare niente, se non accettarlo, anche se era difficile.
Una volta sbarcati, crollai in un sonno profondo, ero talmente stanca che non riuscii a fare neanche un incubo. Al risveglio mi trovai in una stanza. I miei genitori erano accanto a me. Si scusarono innumerevoli volte, mi promisero che tutto sarebbe cambiato, che non sarei mai più stata costretta a vivere una tragedia del genere. Li abbracciai ,scoppiando in lacrime, e loro con me.
La stanchezza che provavano si leggeva sul loro viso, dalle occhiaie profonde e marcate, causate da giorni insonni. Mi ci volle molto tempo per riuscire a dormire serenamente, in un letto e in una stanza tutta mia, lontano dai miei genitori.
Con il passare degli anni quella ferita non è mai guarita e probabilmente mai guarirà. Adesso ho nuovi amici, mi sono fatta una nuova vita, e ci penso sempre meno, ma gli orrori causati da quell’evento non smetteranno mai di esserci, perché sono una parte di me che non posso eliminare.
Ripensandoci, però, io e Ismaele, un po’ di cose in comune le abbiamo: entrambi abbiamo viaggiato per mari proibiti, anche se la mia, non era una scelta.
«Tesoro! Vieni a fare merenda!». Udii una voce che mi riportò nella realtà. Era la mamma, avevo speso un’ora con la mente offuscata dai pensieri. «Arrivo!» le risposi, alzandomi di colpo dal letto e correndo in cucina.
Ora quell’orrore è finito, fa parte del passato, e io non voglio dimenticarlo completamente, ma voglio metterlo da parte, affrontando un viaggio tutto nuovo: quello alla ricerca della spensieratezza che mi è stata tolta tanti anni fa.