Dialoghi con Pavese: Antonio Sichera e Antonio Di Silvestro

Un “americano imbevuto di Bibbia e di Grecia”: così Antonio Sichera e Antonio Di Silvestro descrivono Cesare Pavese, di cui per Mondadori hanno curato la monumentale Opera poetica

Antonio Sichera è professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Catania. Oltre a Pirandello e Pasolini, si è occupato a lungo di Pavese, di cui ha studiato la poesia (Concordanza delle poesie di Cesare Pavese, con Giuseppe Savoca, 1997), definendo Lavorare stanca come il centro di tutta l’opera pavesiana. Ha poi studiato l’opera narrativa pavesiana nel suo complesso, messa in rapporto con Joyce intorno al campo semantico del carcere (Pavese nei dintorni di Joyce: le due stagioni del Carcere nella rivista Esperienze letterarie, 2000) e con la Bibbia, i Greci e la letteratura americana ed europea (Pavese. Libri sacri, misteri, riscritture, 2015). In quest’ultimo volume ha individuato nuove fonti pavesiane nella Bibbia e reso noti materiali inediti (note manoscritte a libri e la traduzione parziale della Volontà di potenza di Nietzsche).

Antonio Di Silvestro è professore associato di Filologia della letteratura italiana all’Università degli Studi di Catania. I suoi interessi si sono rivolti allo studio dell’opera di Verga in chiave lessicografica, filologica e semantica, autore di cui dal 2010 ha studiato gli epistolari. Con il prof. Sichera, dal 2017 dirige l’edizione digitale dell’Opera Omnia di Luigi Pirandello. Insieme, i due hanno anche curato le edizioni Mondadori di Paesi tuoi, La luna e i falò, La casa in collina e Dialoghi con Leucò, pubblicate nella collana Oscar Moderni nel 2021: Sichera ha curato le introduzioni critiche e Di Silvestro le note filologico-linguistiche basate su un riesame dei manoscritti e dell’archivio. Per lo stesso editore, hanno poi curato la monumentale Opera poetica di Cesare Pavese, che raccoglie tutte le poesie e tutte le traduzioni di Pavese. Il volume è stato presentato a Enna il 9 settembre, compleanno di Cesare Pavese, come evento collaterale del Pavese Festival 2022.

Questa Opera poetica è davvero poderosa e fondamentale. Come avete approcciato l’immensa mole di materiale: è stato un lavoro filologico oppure avete seguito anche altre direzioni? Come avete diviso il carico di lavoro tra voi e l’équipe di studiosi che vi ha aiutato (Liborio Pietro Barbarino, Christian D’Agata, Miryam Grasso, Maria Concetta Trovato, Eliana Vitale)?

La ricognizione dei manoscritti pavesiani dal sito Hyperpavese relativamente ai testi poetici e alle traduzioni in versi ha richiesto un lavoro di équipe davvero enorme dato che spesso i testi si trovano disseminati in quaderni giovanili, brogliacci, carnet di scuola, diari e non costituiscono sempre degli oggetti archivisticamente unitari. La collaborazione dei nostri allievi, alcuni dei quali avevano già lavorato nella loro tesi di dottorato a edizioni critiche basate sui manoscritti poetici e narrativi (in particolare Lavorare stanca ’36, La luna e i falò e i Dialoghi con Leucò), è stata fondamentale per dirimere numerose questioni, tra cui la più importante è senz’altro quella dell’ordinamento delle diverse redazioni dei testi, a cui si affianca quella della decifrazione dei tantissimi casi dubbi dovuti alla scrittura poco “calligrafica” del Nostro. Tuttavia, anche il lavoro dei “non” pavesisti è stato centrale, ad esempio per la ricognizione dello sterminato settore delle traduzioni inedite e del confronto con le edizioni di riferimento. La direzione intrapresa, però, non è mai stata di tipo esclusivamente filologico e archivistico (come si potrebbe desumere dalle ricchissime note ai testi), ma nasce dall’istanza primaria di fornire un’immagine a tutto tondo dell’attività del poeta e traduttore, da cui scaturiscono i grandi capolavori in prosa di Pavese.

L’Opera poetica si divide in due macrosezioni: Pavese poeta e il traduttore. Nella sezione poetica, avete ricostruito la completa sequenza delle poesie giovanili (a monte di Lavorare stanca): cosa ci dicono della nascita e dell’evoluzione di Pavese come poeta? Quali influenze, ricerche e stili possiamo trovare? C’è una connessione con Lavorare stanca?

Quella della “preistoria” del Pavese poeta è stata senz’altro una delle sezioni maggiormente impegnative dell’edizione, in quanto la disseminazione di questi testi nei quaderni e nelle carte sparse è davvero impressionante. Sono stati indispensabili per questa ragione parecchi ricontrolli dell’archivio, ma soprattutto è stato necessario formulare numerose ipotesi di datazione e di collocazione dei versi. Alla fine, abbiamo scelto di consegnare i testi al loro ordinamento più naturale, ossia quello cronologico, muovendoci in una direzione differente da quella della vulgata einaudiana che, come è noto, si appoggia alla presenza delle sillogi manoscritte e dattiloscritte mai pubblicate da Pavese. L’ampliamento sostanzioso di questo corpus restituisce un volto assai mosso e affascinante di un infaticabile sperimentatore, che da modalità dannunziano-crepuscolari passa attraverso l’imitazione della tradizione comico-realistica, per approdare, transitando dai timbri baudelairiani delle poesie di Blues della grande città, alle forme più cantabili e musicali della filastrocca e della canzonetta. L’ultimo testo di questa sezione è Girar la terra in tondo, collocabile nel 1930-’31, che sembra essere l’anticipazione in modalità light del primo grande capolavoro poetico pavesiano, I mari del Sud.

Ancora più importante è la sezione dedicata al Pavese traduttore. Considerato solo un traduttore dall’inglese e dall’americano, scopriamo che Pavese tradusse invece anche da greco, latino, tedesco e francese. Cosa aggiungono, queste traduzioni, agli studi dedicati al Pavese traduttore?

Il corpus delle traduzioni poetiche, se si eccettuano Whitman e Lee Masters, si poteva ritenere fino alla nostra edizione quasi totalmente sconosciuto. Esistono certamente degli studi sul Pavese traduttore dal greco, oltre che una pregevole edizione delle traduzioni delle odi oraziane dovuta a Giovanni Bàrberi Squarotti. La mole delle pagine dedicate a questa sezione dice da sé della vastità del lavoro pavesiano, che attraversa con una precocità e una vastità di interessi impressionante la grande tradizione poetica occidentale, con un’attenzione ad esempio alla letteratura tedesca che sembrava essere estranea al canone delle sue letture giovanili. L’importanza filologica ed ermeneutica di questa zona, oltre che per l’esplorazione ad ampio raggio della letteratura latina e greca (con esperimenti di traduzione interessanti dagli elegiaci latini, dai lirici e tragici greci), sta ad esempio nei “ripensamenti” delle traduzioni di alcuni libri omerici tra l’esilio a Brancaleone e la metà degli anni ’40. Questo sguardo esaustivo alle traduzioni dei classici ci dice molto non soltanto in relazione alla scoperta di un ritmo poetico antico e nuovo, ma ci fornisce uno strumento interpretativo finissimo per rileggere la “classicità” dei Dialoghi con Leucò

A un livello più generale, come si inserisce il vostro volume all’interno degli studi – passati e presenti – dedicati a Cesare Pavese? Quali sono le più importanti innovazioni che il vostro volume apporta?

L’Opera poetica è come una grande stanza, o forse come una casa, in cui gli studiosi di Pavese possono trovare a loro agio materiali, piste, temi, confrontandosi altresì con quadri filologici e con prospettive ermeneutiche di diverso calibro e di varia natura. È un grande spazio pavesiano che per la prima volta fa i conti in maniera integrale con una enorme sezione delle sue carte inedite – quella dedicata alla poesia – offrendone uno scrutinio per quanto possibile accurato e completo, insieme con una riedizione puntuale dell’edito. Certo, gli studi sul Pavese poeta hanno una storia lunga e meritoria. Sul piano delle carte pavesiane il lavoro del Centro Pavese-Gozzano dell’Università di Torino (e del gruppo di studiosi raccolti attorno a Marziano Guglielminetti prima e a Mariarosa Masoero poi) ha avuto un ruolo importate. Quel che cambia in maniera lampante, quando si ha in mano “l’intero”, è però la percezione del Pavese poeta, il suo profilo. Ci si rende conto di essere di fronte a un’attività puerile e giovanile, di scrittura e di traduzione, paragonabile senza tema di smentita a quella di un Leopardi. Si capisce che i registri della sua scrittura poetica sono molteplici. Appare chiaro come Pavese fosse uno sperimentatore inesausto di modelli, di strutture, di toni anche. E si apprende quanto la poesia antica e moderna sia stata fondamentale per lui, traduttore di migliaia di versi dei latini e dei greci (Omero su tutti) nonché della grande tradizione moderna, europea e americana. Insomma, crediamo che L’Opera poetica contribuisca, per la sua parte, a far sentire al suo lettore la grandezza di Pavese.

Questo libro è fondamentale per gli studi accademici di Pavese, come dimostrano la qualità e lo spessore critico delle vostre introduzioni. Tuttavia, è stato pubblicato non da un editore accademico ma da Mondadori. A quale tipo di pubblico puntate?

La questione del pubblico è molto importante per noi. Ce la siamo posta già cinque anni fa, quando abbiamo intrapreso l’Edizione Digitale dell’Opera Omnia di Pirandello, nel quadro dell’Edizione Nazionale promossa dal MIBACT, sempre sotto l’egida di Mondadori. Siamo convinti che si sia aperto un tempo nuovo per la letteratura e soprattutto per la critica letteraria. I presupposti tipici della modernità novecentesca sono venuti meno. Oggi siamo di fronte a un popolo di lettori molto variegato, che spesso non avverte il fascino e l’autorità dei grandi classici, o comunque non li dà per scontati. Se vogliamo dar seguito a una grande tradizione poetica e narrativa, se desideriamo trasmetterla alle generazioni future, dobbiamo abbandonare ogni forma di autoreferenzialità e tener ben presenti i lettori comuni, i giovani, i loro docenti, nel nostro lavoro critico. Ciò comporta un atteggiamento nuovo, la risposta mai definitiva alla domanda “perché?”, ovvero la risposta all’inchiesta di senso rispetto alla fecondità di una lettura, alla significatività dell’approccio al testo di un grande poeta o di un grande scrittore. Non possiamo più dare nulla per scontato. L’edizione delle opere di Pavese che stiamo portando avanti con Mondadori – nel cui contesto sono usciti i romanzi principali, i Dialoghi con Leucòora L’Opera poetica – obbedisce a questo criterio di fondo: coniugare il massimo rigore scientifico con l’apertura ai lettori appassionati e aperti. La presentazione dell’Opera al Salone del Libro di Torino, gremita di giovani e anche di persone mature estranee al “mestiere”, ci incoraggia e credo dia ragione alla scommessa che Luigi Belmonte ed Elisabetta Risari hanno fatto sul “nostro” Pavese, che è diventato subito anche loro.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da un famoso passaggio de La luna e i falò come titolo di una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Settantadue anni dopo il suicidio di Pavese, abbiamo ancora bisogno di lui? Perché?

La domanda è molto ben posta. È infatti abbastanza incredibile come un’opera generata in un contesto storico e culturale così lontano da noi, ambientata di norma in un mondo rurale ormai scomparso da molti decenni, o in città molto diverse dalle attuali, riscuota ancora un tale successo di pubblico, trovi così tanti ascoltatori. Credo che i motivi siano molteplici. Intanto non trascurerei la sensibilità americana di Pavese. Il suo radar si sintonizzò sul secolo americano ben prima di chiunque altro in Italia, e assorbì idee, questioni, mutamenti, ancora di là da venire in un’Italia appena moderna. Il modo in cui lo scrittore delle Langhe declina ad esempio il problema della soggettività, la maxima quaestio dell’identità e della relativa identificazione, proietta Pavese in un’atmosfera che egli respirava sulla scorta di Whitman, di Emerson e che sarebbe suonata familiare trent’anni dopo, nel nostro Paese, alle donne e agli uomini della modernità matura. Gli Stati Uniti insomma, come sempre accade dal Novecento in poi, anticipano quel che accadrà anni dopo in Europa. Il punto è: che vuol dire, in sintesi, diventare sé stessi, fuori dagli schermi della tradizione o del Bildungsroman classico? Pirandello aveva sentito fortemente lo stesso tema ma lo aveva affrontato con altri strumenti. Pavese lo fa da americano imbevuto di Bibbia e di Grecia, dando alla questione una risposta originalissima fin dai Mari del Sud.

Intervista a cura di Iuri Moscardi

 
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