Dialoghi con Pavese: Vincenzo Binetti

Un elogio della fuga e della contraddizione: per Dialoghi con Pavese abbiamo intervistato il professor Vincenzo Binetti.

Vincenzo BinettiVincenzo Binetti è professore di studi italiani nel Dipartimento di lingue romanze dell’Università del Michigan, a Ann Arbor. I suoi interessi di studio e ricerca includono letteratura italiana del XIX e XX secolo, cultural studies, cinema, movimenti radicali degli anni ’60 e ‘70, studi sulle migrazioni e sui confini, post-autonomia e le relazioni tra letteratura, filosofia e teoria politica. Le sue principali pubblicazioni includono Cesare Pavese: una vita imperfetta. La crisi dell’intellettuale nell’Italia del dopoguerra (1998), Città nomadi. Esodo e autonomia nella metropoli contemporanea (2008) e Scritture minori. Letteratura, linguaggio politico e pratiche di resistenza (2021). Ha anche tradotto Means without End: Notes on Politics di Giorgio Agamben (con C. Casarino), Fugitive Days: Memorie dai Weather Underground di Bill Ayers (con A. Terradura) e The Origin of Politics. Hannah Arendt or Simone Weil? di Roberto Esposito (con G. Williams). 

Fuga come atto di resistenza, debolezza come forza

Ha studiato in più occasioni Pavese, a cominciare dal suo libro Cesare Pavese: Una vita imperfetta in cui analizza il Pavese “politico” dell’immediato dopoguerra (autore de Il compagno e di articoli sull’Unità). Riferendosi all’ultimo messaggio prima del suicidio (“Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono”), il direttore della Fondazione Pavese, Pierluigi Vaccaneo, ci esorta a perdonare Pavese, considerandolo nella sua umanità. È d’accordo?

Non credo di essere nella posizione di decidere se Pavese vada “perdonato” oppure no. Tuttavia, sono d’accordo con Pierluigi Vaccaneo sul fatto che dovremmo considerare Pavese in tutta la sua “umanità”, anche e soprattutto relativamente a quelle caratteristiche con cui è più difficile e scomodo, per noi, fare i conti. Questo significa, nella mia opinione, che il valore più profondo del contributo dato da Pavese ai suoi lettori e alla comunità nazionale e transnazionale a cui appartiene risiede nel suo rifiuto di diventare un “soggetto forte” e nel suo desiderio di mettere costantemente e radicalmente in discussione – e distruggere – persino il suo stesso “mito”, dando voce invece alle sue fragilità, contraddizioni e inquietudine. Dopotutto, come Whitman ci ricorda: “Mi contraddico? / Molto bene, allora, mi contraddico, / sono largo, contengo moltitudini”.

Nel 2008 ha partecipato alla conferenza tenuta a Stony Brook University in occasione del centenario della nascita di Pavese presentando “L’elogio della fuga come ‘resistenza’ politico-intellettuale ne La luna e i falò di Cesare Pavese” (ora in Leucò va in America: Cesare Pavese nel centenario della nascita. An international conference). Pavese ha sofferto per la sua mancanza di connessioni ideologiche e impegno politico in un periodo in cui prendere posizione era richiesto a tutti gli intellettuali. Se Pavese scrivesse oggi, pensa che potrebbe finalmente approfittare di questa libertà?

La relazione di Pavese con la “politica”, se intendiamo questo termine nel clima culturale fortemente settario e ideologicamente contraddistinto che caratterizza gli anni dell’immediato Dopoguerra e della ricostruzione di una nuova “italianità” dopo la caduta del fascismo, è stata sicuramente piuttosto problematica e sempre controversia, soprattutto a causa della sua difficoltà e del suo rifiuto di abbracciare in toto, come poeta e scrittore, le pretese e le aspettative richieste a un intellettuale pubblico e “organico”. Come ho già indicato in altre occasioni, credo fortemente che la sua ambivalenza intellettuale e politica e la sua “debolezza” in quanto essere umano dovrebbero essere interpretate e valorizzate invece come una forma e una pratica di resistenza e di produzione di un linguaggio “minoritario” di opposizione, capace di destabilizzare discorsi normativi ed egemonici. Non so come Pavese scriverebbe oggi o come approfitterebbe di questo diverso clima culturale, ma penso che la sua voce dissidente e la sua determinazione ad abbracciare coraggiosamente e pubblicamente la sua crisi di identità, il suo essere – in altre parole – un “essere qualunque”, come lo definirebbe Agamben, trasmetterebbe ancora con efficacia al suo lettore le implicazioni rivoluzionarie della sua autonomia intellettuale e politica: un’autonomia le cui potenzialità risiedono precisamente nella sua abilità a valorizzare la sua “dislocazione culturale”, il suo essere – in altre parole – una figura sradicata e nomade le cui inerenti contraddizioni e incertezze costituiscono una componente intrinseca e inevitabile della sua scrittura.

Studiare e leggere Pavese oggi

Quali future ricerche su Pavese potrebbero mantenere la sua rilevanza nell’ambito della letteratura italiana, europea e globale? Quali pensa siano le più rilevanti negli Stati Uniti?

Come sappiamo, l’italianistica e le discipline umanistiche in generale, specialmente nelle istituzioni accademiche nordamericane, stanno attraversando una profonda crisi. Come insegnanti di cultura italiana dobbiamo costantemente reinventare i nostri curricula per attrarre più studenti nei nostri corsi (fatto che sembra costituire oggi la preoccupazione più pressante delle nostre università) e soddisfare in questo modo, per la maggior parte, la logica quantitativa e le domande di accumulazione del capitale. Questo è vero anche nei confronti della nostra ricerca, che spesso riflette ed è il risultato di – almeno nel mio caso – le varie e stimolanti conversazioni che costantemente intrattengo con i miei studenti su specifici discorsi culturali, politici, letterari e teorici e sugli attuali dibattiti culturali. Ciononostante, sono assolutamente convinto che il valore di Pavese, sia in termini di ricerca che di scopi pedagogici, risieda nella sua abilità di interagire efficacemente e problematicamente con studi interdisciplinari, comparativi e transnazionali, nel campo della letteratura italiana, europea e globale. Questo può essere particolarmente vantaggioso se consideriamo, per menzionarne solo alcune, le implicazioni teoriche dei contributi pavesiani alla riflessione sulle relazioni tra mito e Storia, etnografia e antropologia, traduzione e studi transnazionali, studi europei, il ruolo dell’intellettuale e la relazione tra letteratura e politica.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da un famoso passaggio de La luna e i falò come titolo di una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Settantuno anni dopo il suicidio di Pavese, abbiamo ancora bisogno di lui? Perché?

Non ho nessun dubbio che oggi “un Pavese ci vuole”: a oltre settant’anni dalla sua morte, la sua figura di scrittore e intellettuale rappresenta ancora un valido e necessario punto di riferimento per una migliore comprensione non solo dell’impatto e dell’influenza che la sua poetica ha avuto sul clima culturale del suo tempo, ma anche e soprattutto per una necessaria indagine sulla funzione che letteratura e poesia possono avere come strumento per l’intervento politico e per una ontologica e continua trasformazione del nostro “essere” nel mondo in cui viviamo. Penso anche che sia precisamente a causa delle sue inerenti contraddizioni e conflitti, e del suo disperato e – allo stesso tempo – tenace e coraggioso tentativo di indirizzare pubblicamente, attraverso la sua scrittura, il suo tormento e la sua “debolezza” interiore stabilendo così una conversazione diversa, innovativa e a volte scomoda, ma sempre provocatoria, con i suoi lettori, che possiamo continuare a rivisitare e (ri)leggere Pavese come una delle più importanti e influenti figure del nostro tempo, le cui parole ancora parlano a molte generazioni a venire.

Intervista a cura di Iuri Moscardi

 
 
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