Premio Pavese

Premio Pavese: la parola alla giuria/1

Aspettando il Premio Pavese 2019, abbiamo chiesto ai membri della giuria di raccontarci il nuovo corso dell’iniziativa. Qui, il punto di vista di Gian Arturo Ferrari.  

Perché il Premio Pavese? In una nazione in cui sono diversi i premi letterari, quale può essere il valore aggiunto di un premio dedicato al grande scrittore santostefanese? 

Il Premio Pavese non è uno degli infiniti premi letterari, tant’è vero che quest’anno la sezione narrativa, cioè la parte più letteraria è ancora in allestimento e il premio non verrà assegnato. È invece un premio globale, che comprende tutte le “arti del libro”, fatta eccezione per quelle materiali, arti che hanno avuto in Cesare Pavese un rappresentante di statura altissima e soprattutto capace di praticarle e fonderle tutte insieme.

Dopo 35 anni il Premio Pavese riparte da un anno zero. Perché è giusto rinnovare e in quale direzione vuole andare il Premio?

Il Premio, in questa nuova versione, è unico nel suo genere, tanto in Italia quanto fuori d’Italia. L’ idea ispiratrice è quella della complessità e dell’interconnessione di quelle che abbiamo chiamato “arti del libro”. In sostanza il valore letterario è uno degli aspetti del libro, ma non l’unico. Pavese oltre a essere un grande scrittore è stato anche uno straordinario artigiano del libro. E questo è l’aspetto che il Premio intende sottolineare.

La rinnovata veste del Premio Pavese prevede una sezione dedicata all’editoria. Perché questa scelta?

Perché i libri non sono entità astratte, ma oggetti concreti che esistono solo se vengono pubblicati. E vengono pubblicati solo se c’è qualcuno che li pubblica. L’editoria è la condizione di possibilità della letteratura. Per non dire che Pavese ha fatto questo mestiere per tutta la vita. Con passione, dedizione assoluta e incredibile capacità di lavoro. Come ho detto di recente, è stato il muratore dell’Einaudi, l’ha tirata su mattone dopo mattone, libro dopo libro.

Come è cambiato il mestiere dell’editore da quando Pavese, assieme a Giulio Einaudi, creò l’omonima casa editrice?

Non è cambiato. Il mestiere è sempre quello, quelle sono le doti richieste, quelli sono i metri di giudizio. Certo, c’è un problema di qualità. La qualità del lavoro di Pavese oggi è inarrivata e forse inarrivabile. 

Pavese, grazie al lavoro con Einaudi, portò in Italia tanta letteratura e cultura soprattutto straniera. L’editoria oggi deve principalmente vendere e al tempo stesso cercare di fare cultura. L’industria libraria può essere cultura?

Capovolgiamo. Non ci può essere cultura se non c’e industria libraria. Dopodiché, naturalmente non tutta l’industria libraria fa cultura, si occupa di cultura, è interessata alla cultura. Figuriamoci! Però se e quando c’è cultura, la si trova lì. Quanta parte della produzione libraria ha, o avrà, valore culturale? Difficile dirlo. Un centesimo? Un millesimo? Secondo me più un millesimo. Ma è così che stanno le cose e sono sempre state così.

Che cosa è per lei il libro e quale sarà il suo futuro?

Su questo tema ho scritto un libro intitolato Libro, che è stato di recente ristampato. Invito tutti a leggerlo.

Scopri di più sulla nuova giuria del Premio Pavese

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