Questa nuova puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese a cura di Claudio Pavese è dedicata a un preziosissimo disco di poesie di Cesare Pavese.
Nel 1957 la casa discografica Fonit-Cetra pubblicò nella sua Collana letteraria documento, diretta da Nanni de Stefani, un preziosissimo disco di poesie di Cesare Pavese. Il formato era quello di un normale 45 giri dell’epoca ma la velocità era di 33 giri al minuto. Le voci narranti quelle di Paolo Carlini e Diana Torrieri accompagnate da un commento musicale al pianoforte di Giampiero Boneschi.
Le liriche erano tratte dalla raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi scritte nella primavera del 1950 e dedicate a Constance Dowling. Il libro postumo, così intitolato per volontà dell’autore, era stato pubblicato dall’Einaudi, non senza polemiche, già a fine febbraio del 1951, quindi pochi mesi dopo la morte dello scrittore e comprendeva anche la raccolta di poesie, composte nel 1945, intitolata La terra e la morte.
Versi puri, cristallini
La pubblicazione Einaudi fu curata da un giovane amico e stretto collaboratore di Pavese: Italo Calvino. Lo stesso Calvino che così commenta, sul retro della custodia del disco, con grande acutezza e commozione, i versi della raccolta di Verrà la morte.
«Questo gruppo di poesie d’amore è l’ultima opera di Pavese: scritte nel giro d’un mese (11 marzo – 11 aprile 1950) sono state trovate dopo la morte dello scrittore (27 agosto 1950) aprendo il cassetto della sua scrivania, già ordinate come per la pubblicazione.
Tutte intessute d’un doppio filo di tenerezza amorosa e di tentazione di morte, è stato finora impossibile leggerle col distacco d’una pura opera di poesia, e non come testimonianza d’un addio alla vita. Si potrà mai leggerle altrimenti?
Ascoltiamole cercando di non intriderle d’altre emozioni se non di quella che nasce dalle loro parole, dalla loro musica. Sono versi puri, cristallini, d’una misura (se pur ogni tanto un impeto affannoso sembri volersi aprire il varco) serena, dominata.
Pur diversissimi dalla precedente opera poetica di Pavese (il discorso ampio, corposo, compatto dei poemetti di Lavorare stanca in cui tensione interiore più lancinante si compone in un tessuto di oggetti e figure e personaggi, in un racconto, infine: ed è in fondo la stessa cosa del suo raccontare in prosa) non la contraddicono: il rapporto tra liricità, immagine e parola è lo stesso; e tra i tre termini corre lo stesso processo di crescente oggettivazione, da uno struggimento impalpabile a una forma solidificata, chiusa e perfetta in se stessa.
Ma qui il bisogno che muove Pavese è nuovo, opposto se vogliamo. È un bisogno di comunicazione, e di abbandono. Nei racconti e nelle prime poesie, Pavese ci aveva abituati a un discorso schivo, di ruvida confidenza virile, accompagnato da alzate di spalle, come si fa tra gente che s’intende, e chi non intende resti pur tagliato fuori.
Qui no: il “tu” di queste poesie forse non intenderà mai, la parola cerca le forme più dirette, i versetti d’un canto che vorrebbe essere facile per vincere la distanza e il silenzio, (“tu hai giocato bambina / sotto un cielo diverso”), tra verso e verso c’è come uno spiare tra le ciglia se la parola è giunta a destinazione.
E i sentimenti, la trepida ricerca di comunicazione, l’indurirsi dell’animo nella solitudine, il dolore delle ore – quel modo di sensibilità e di moralità individuale che Pavese di solito va sempre sottinteso ai gesti, al brusco fraseggio, alle spigolose impuntature dei caratteri, – qui cerca le vie della confessione diretta, dell’elegia, del canto.
Eppure cosa sono anche qui le sue riuscite più belle se non racconto oggettivo? Già racconto sono quelle vie vuote di Torino, l’alba grigia di fine inverno, il respiro della donna amata nel freddo dell’aria; già racconto è quell’immaginarsi un arrivo a Roma, per trovare lei, tra le scale e le terrazze di Piazza di Spagna.
È soprattutto racconto, l’ultima, la più triste e la più dura raccolta: Ancora cadrà la pioggia. Sotto una dolce pioggia primaverile, la donna che rincasa sola, all’alba, tra i selciati e i davanzali romani, quando il poeta non ci sarà più (perché il suo amore sarà troncato? perché sarà troncata la sua vita?).
In questo solitario sorriso di donna, si chiude il breve canzoniere di Pavese, poeta di uomini e donne soli; questa donna inseguita di poesia in poesia, che sempre ci sfuggiva, è in questi ultimi versi che riusciamo veramente a vederla, adesso che Pavese ce la presenta in un’ora di solitudine. Come la Deola di Lavorare stanca, come la Clelia di Tra donne sole, ci intriga e affascina perché è sola, perché sa starci, perché di questa solitudine sa insieme godere e soffrire».
Poesia su poesia
La poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi diventerà poi negli anni un vero e proprio inno della disperazione esistenziale. Molti altri attori si cimenteranno con quei versi terribili e strazianti. Parleremo in un’altra occasione dell’interpretazione personalissima di Gassman.
Qui però voglio segnalarne una che si distingue su tutte: quella del grande cantautore Léo Ferré che seppe, addirittura, metter quei versi in musica.
Vi consiglio di ascoltare la sua Verrà la morte su internet. Non si tratta solo di ottima musica ma di una vera e propria performance sonora e visiva.
La sua voce inconfondibile sussurra e a tratti urla i versi di Pavese mentre scorrono immagini cinematografiche irripetibili: quelle “inventate” da Jean Luc Godard per il suo film A bout de souffle, manifesto indiscusso della Nouvelle Vague che ebbe come interpreti due giovanissimi attori: Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg.
Poesia su poesia: un vero incanto.

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