Orti toscani - Carlo Carrà

Un Pavese veneziano

In questa nuova puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese, Claudio Pavese ricostruisce l’origine di una misteriosa dedica di Cesare Pavese a Carlo Carrà.

Qualche tempo fa è venuta alla luce una prima edizione de La luna e i falò con questa dedica autografa dell’autore: «a Carlo Carrà augurandomi di essere all’altezza… Cesare Pavese – Venezia, giugno ’50».

Il proprietario della copia in questione si chiedeva se qualcuno avesse notizia di un viaggio di Cesare Pavese a Venezia nel 1950; se si sapesse di un qualche incontro tra lui e Carlo Carrà; insomma, voleva sbrogliare il mistero di quella dedica.

Pavese, Carrà e la Luna

Cosa legava, e ancora lega, i due artisti in questione non è certo un mistero. Difatti, per la copertina dell’ultima fatica letteraria di Pavese, in Einaudi si era scelta un’opera di Carrà; un’opera, a dire il vero, abbastanza sconosciuta. 

Quel Corallo numero 48 stampato il 27 aprile del 1950 dalla SAN di Torino si presentava ai lettori con un paesaggio in copertina mesto e silenzioso, uno scorcio di campagna qualunque; povero, senza presenze umane e dalle indubbie reminiscenze metafisiche. Cascine e viottoli sospesi nel tempo sotto un cielo azzurro slavato; un paesaggio da poco, reso “grande” da quella luce magica di serata imminente. Un magistrale “piccolo lavoro” del grande pittore piemontese.

Il volume inaugurava la terza variante grafica della collana in questione [di cui alcuni esemplari sono attualmente esposti alla Fondazione Cesare Pavese nella mostra Il viaggio di Pavese, ndr]: la versione prodotta in cartonato neutro con dorso telato, a mio giudizio la più prestigiosa veste dei Coralli. Quei volumetti così concepiti avevano un carisma tutto loro dettato da purezza estetica esteriore ineguagliata; ma non solo: al proprio interno quei libri contenevano pagine che, ancor oggi, sono un raro esempio di sapiente cura grafica del testo con conseguente massima leggibilità. Sul volume non si fa cenno al titolo del dipinto utilizzato in copertina e neppure sulla schedina volante acclusa al volume.

Quindi per prima cosa ho cercato di individuare l’opera utilizzata. Devo dire che non è stato semplice, ma alla fine sono riuscito a rintracciarla in una monografia di Carrà del 1945 curata per le Edizioni del Milione di Milano. Il dipinto preso in prestito per il romanzo di Pavese si intitola Orti toscani e risale al 1928

Vien quindi da pensare che l’autore del romanzo volesse ringraziare il pittore per avergli concesso di “vestire” il libro con un suo lavoro. E conoscendo lo stile della casa editrice non è da escludere che ringraziare volesse sottintendere “utilizzare gratuitamente”!

Pavese alla Biennale di Venezia?

Quindi fin qui nulla di nuovo e di strano. Ma strana mi risultava la presenza di Pavese a Venezia in quei giorni movimentati in cui la città ospitava la XXV Biennale Internazionale d’Arte, la seconda organizzata nel dopoguerra. Pavese in quell’anno stava vivendo il periodo più buio della sua esistenza. Dall’amore non ricambiato per Constance Dowling alla disillusione post-premio Strega, dalla sfiducia per la sua attività di scrittore che riteneva conclusa, alla consapevolezza di essere un operatore editoriale ormai in declino poiché in Einaudi si stava dando spazio ai giovani, Calvino in primis. In quello stato d’animo complessivo non era facile pensare che Pavese potesse aver accettato una vacanza-premio in un “tripudio festaiolo” veneziano costellato da dosi massicce di ufficiale mondanità. 

Un gioiello dimenticato

L’Einaudi però alla XXV Biennale d’Arte di Venezia aveva buon motivo di presenziare. Bisognava esporre, in anteprima e “in sfavillante vetrina”, un suo gioiello predisposto con grande cura; un gioiello che avrebbe di sicuro fatto scalpore.

Si trattava di una importante cartella di litografie di formato 33 cm x 45 cm prodotta in sole cinquanta copie. In essa erano raccolte ventidue opere astratte di undici artisti emergenti (due per ognuno). Quella cartella non costituiva soltanto un’ammirevole operazione editoriale; con quei “fogli” Einaudi lanciava un segnale forte: annunciava una vera e propria presa di distanze dal troppo enfatico e politicizzato “realismo sociale” che dal 1945 ad allora aveva caratterizzato le scelte iconografiche della casa editrice. 

E quell’atteggiamento non passò inosservato; anzi, generò da subito una presa di distanze della critica di sinistra fortemente attestata su posizioni più ortodosse, e soprattutto fu il germe che fece scaturire, alcuni anni dopo, una vivace querelle personale tra Giulio Einaudi e Renato Guttuso. 

Comunque sia, l’incombenza andava sbrigata. Qualcuno doveva accompagnare Giulio Einaudi. Quelle cartelle, realizzate per l’occasione, dovevano essere consegnate una ad una ad artisti, critici, funzionari pubblici. 

Non era da escludere addirittura la presenza a Venezia del padre di Giulio, Luigi, da due anni Presidente della Repubblica, che già aveva inaugurato, pochi giorni dopo la sua elezione, la precedente Biennale. 

In un primo momento, come già detto, avevo pensato che Pavese non fosse la persona più adatta per accompagnare Giulio in quella missione; davo per certo che avesse autografato la copia e l’avesse fatta recapitare da qualche altro operatore della casa editrice torinese; forse proprio dal giovane Calvino. 

Fui di questa opinione fin quando non lessi con maggior cura una lettera in inglese da lui inviata a Doris Dowling (sorella di Constance) l’8 giugno del 1950In questa lettera Pavese fa cenno a un giro pubblicitario appena condotto con il suo “principale”. Un “giro”, dice, che l’aveva portato prima a Milano (dove aveva incontrato De Sica) e, poi, guarda caso, proprio a Venezia (dove aveva conosciuto Zavattini). E a Venezia, Carlo Carrà era sicuramente tra i destinatari della prestigiosa cartella. Viene quindi logico pensare che, in occasione della sua consegna, Pavese abbia potuto abbinare anche copia de La luna e i falò debitamente autografata. Il “debito” veniva, così, egregiamente onorato. 

Quindi, il mistero della copia autografata sembrerebbe risolto. Ma ne rimane un altro. 

Su quella cartella di litografie scese un inspiegabile silenzio da parte della casa editrice. Non fu addirittura mai citata nei cataloghi che via via si susseguirono nel tempo. Non comparve mai nelle Opere fuori commercio, peraltro dettagliate con massima precisione. 

Perché? Perché, secondo me, un evento imprevedibile e funesto scombussolò l’intera casa editrice e distolse da ogni programma prefissato: il suicidio di Pavese. Altre incombenze premevano, molto più urgenti: riorganizzazioni interne, esame meticoloso dei suoi inediti, programmazione della loro pubblicazione… 

La cartella divenne, penso, un elemento ingombrante in quei mesi; era una scelta artistica ed editoriale molto importante, da motivare, da difendere. E non era quella la situazione umorale più indicata. Oltretutto quelle litografie riportavano alla mente un’ultima, troppo triste, vacanza…

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