Rappresaglie e taccuini segreti

In questa nuova puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese Claudio Pavese condivide la propria teoria a proposito del famoso “taccuino segreto” di Cesare Pavese.  

Leone Ginzburg, dopo l’arresto di Mussolini e la caduta del fascismo, lascia il confino di Pizzoli il 5 agosto 1943. A Pizzoli rimane, ma non per molto, la moglie Natalia con i tre figli.

Ginzburg raggiunge Roma, dove riprende i contatti politici collaborando alla definizione del Programma in sette punti del Partito d’Azione e, nel contempo, si ricongiunge al gruppo romano dell’Einaudi partecipando operativamente a riunioni editoriali nella sede di via Monteverdi. 

Dopo l’8 settembre e dopo la ricostituzione del Partito Fascista sotto le insegne dell’RSI entra in clandestinità. Partecipa all’organizzazione e alla gestione della edizione romana del foglio clandestino L’Italia Libera e proprio in quel tempo viene raggiunto a Roma da Natalia e dai piccoli, fuggiti da Pizzoli nei primi giorni di novembre in seguito all’arrivo dei tedeschi.

L’uccisione di Leone Ginzburg

Leone GinzburgLa libertà di Ginzburg ha però i giorni contati; il 19 novembre 1943 viene arrestato. La polizia fa irruzione nella tipografia di via Basento e coglie “in flagranza di reato” i cospiratori mentre stampano l’organo ufficiale del Partito d’Azione. Scrittori e redattori del giornale vengono arrestati man mano che, alla spicciolata, arrivano per correggere le bozze o per ritirare copie da distribuire.

Ginzburg dà credenziali false; viene trasportato con gli altri a Regina Coeli e registrato come Leonida Gianbruno; viene messo in cella prima nel sesto braccio (quello italiano), poi, scoperta la sua vera identità, sia di cospiratore sia, soprattutto, di ebreo, viene consegnato ai tedeschi. 

Disse poi Franco Antonicelli, anche lui incarcerato a Regina Coeli in quegli stessi giorni: «Per quasi un mese non ebbi notizie. Poi un giorno un mio compagno lo intravvide che passeggiava nel suo piccolo triangolo di spazio all’aria aperta. Potè parlargli e seppe che era stato picchiato, che per due giorni non aveva potuto aprir bocca e mangiare e adesso era passato all’infermeria ed era tranquillo e mandava un saluto a me… la notte dal 1° al 2 febbraio fui portato via con altri… a distanza di una ventina di giorni seppi ch’egli era morto. Mai una morte mi parve meno vera, meno possibile, meno giusta. Egli era una forza morale di straordinario potere: non ne ho conosciuta un’altra simile dopo Piero Gobetti…». 

Leone Ginzburg, torturato a sangue, muore nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1944.

La reazione di Cesare Pavese

Il primo comunicato ufficiale viene diffuso una quindicina di giorni più tardi proprio sul foglio clandestino L’Italia Libera del 20 febbraio 1944, che qui mostriamo in originale.

Cesare Pavese a quel tempo era sfollato a Serralunga di Crea a casa del cognato e della sorella. Venne informato del crimine qualche giorno dopo. È del 3 marzo questa laconica annotazione nel Mestiere di vivere: «L’ho saputo il 1° di marzo. Esistono gli altri per noi? Vorrei che non fosse vero per non star male. Vivo come in una nebbia, pensandoci sempre ma vagamente. Finisce che si prende l’abitudine a questo stato, in cui si rimanda sempre il dolore vero a domani, e così si dimentica e non si è sofferto». 

Poche parole, peraltro “oscure”, dalle quali quasi non trapela vera sofferenza per la scomparsa dell’amico, ma solo un egoistico “… per non star male”. 

E torna alla mente un passo della lettera che lui aveva inviato dieci mesi prima, il 6 agosto 1943, a Giaime Pintor in cui diceva: «…dì a Muscetta che non gli perdonerò mai la segnalazione che del Barboncino [Leone Ginzburg] ha fatto alla stampa, sciorinando le sue qualità di eminenza grigia di Einaudi e mettendoci così tutti alla mercé degli arii biondi…».  

Quindi già da allora, in un periodo di relativa tranquillità, essendo da poco crollato il fascismo, Pavese teme ritorsioni da parte dei tedeschi (gli arii biondi), in quanto Leone non solo è antifascista ma ebreo. 

A maggior ragione teme in questo momento, in piena furiosa restaurazione fascista, rappresaglie, ritorsioni, vendette. Non sa se i repubblichini e i tedeschi siano sulle sue tracce. Dopotutto anche lui è un “einaudiano”. Di più: è già stato confinato per attività sovversiva, ed è stato amico e collaboratore di Leone da vecchia data. E, a peggiorar la situazione, gli sono scaduti i sei mesi di licenza militare. Dovrebbe presentarsi al Distretto. È un disertore a tutti gli effetti. Possiamo immaginarci, quindi, un Pavese ancor più allarmato, in affanno, per le sorti sue e, in via indiretta, per le sorti della famiglia della sorella.

Confesserà padre Baravalle che Pavese gli disse chiaro e tondo poco tempo dopo, chiedendo rifugio presso il Collegio Trevisio dei Padri Somaschi a Casale Monferrato: «… sono uno scrittore di casa Einaudi e ho saputo da Roma che i tedeschi mi cercano…».

Il taccuino, segreto?

Pavese non è uomo d’azione. Difficile immaginarlo sui monti, mitraglia alla mano. Viene da chiedersi, a questo punto, se il famoso “taccuino segreto” non nasca proprio in quella atmosfera di panico e di terrore. 

Non è da escludere che possa esser stato creato artatamente per smorzare eventuali giudizi sul suo operato in caso di perquisizione e arresto da parte della polizia italiana o delle milizie tedesche. 

Se si leggono nel dettaglio quegli appunti convulsi, l’ipotesi non sarebbe da scartare. Da un lato critica vivamente gli antifascisti (disingaggio dall’attività Einaudi), dall’altro minimizza e giustifica l’atrocità nazista (assassinio di Leone), fino a rammaricarsi (e qui sta l’incredibile, quasi il comico) per la sua “umiliante” asma che gli impedisce ogni attività fisica (scusante alla diserzione). 

E poi mi chiedo ancora: se stava sviluppando un diario, che bisogno aveva di redarre un ulteriore taccuino? Forse perché l’oggetto sarebbe risultato più rapidamente consultabile dagli “arii biondi”?

Ma, sottolineo, queste considerazioni sono del tutto personali.

Orti toscani - Carlo Carrà
La stanza delle meraviglie

Un Pavese veneziano

In questa nuova puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese, Claudio Pavese ricostruisce l’origine di una misteriosa dedica di Cesare Pavese a Carlo Carrà.

Scopri di più
La stanza delle meraviglie

Pavese a trentatré giri

Una nuova puntata “musicale” della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese, questa volta dedicata a un preziosissimo disco di poesie di Cesare Pavese. 

Scopri di più
Dialoghi con Leucò
La stanza delle meraviglie

Una collana con una perla rara

La nuova puntata della nostra rubrica di curiosità editoriali è dedicata agli inconfondibili Saggi Einaudi, la collana più longeva della casa editrice torinese. 

Scopri di più
[/responsivevoice]
Facebook
LinkedIn
Twitter
Telegram
WhatsApp
Email