In questa nuova puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese, Claudio Pavese ricostruisce il caso editoriale scoppiato a seguito della pubblicazione del romanzo Il muro di Jean-Paul Sartre da parte di Einaudi.
Un successo immediato
Il 15 novembre del 1946 uscì in Italia, per Einaudi, la prima edizione de Il muro di Jean Paul Sartre: era il primo libro dell’autore francese tradotto e stampato nel nostro Paese.
L’opera, pubblicata a Parigi nel 1939 dall’editore Gallimard, era stata segnalata da Giaime Pintor a Cesare Pavese già dall’aprile del 1943 definendo, in una lettera dalla Francia, quei cinque racconti “notevoli”.
Il muro venne inserito come numero 22 nella collana “Narratori contemporanei” che col numero successivo avrebbe concluso il suo percorso.
Il vestito del libro seguiva una logica già sperimentata da Elio Vittorini in Bompiani. Prevedeva sovraccoperta con illustrazione di Bruno Cassinari a tutto campo senza scritte, mentre titolo e autore venivano indicati sulla fascetta che avvolgeva la pubblicazione. L’allestimento, alquanto bizzarro, venne poi utilizzato in Einaudi, nel primo semestre del 1947, anche per alcuni titoli della collana “Narratori stranieri tradotti” e più precisamente per Le anime morte di Gogol, La pelle di zigrino di Balzac, La linea d’ombra di Conrad.
Il libro ebbe immediato successo. Finalmente si potevano leggere testi stranieri in libertà. L’incubo del Minculpop era ormai acqua passata. Tutto sembrava quindi procedere per il meglio: l’autore stava diventando famoso anche nel nostro Paese e l’opera riscuoteva un indubbio successo sia critico che commerciale.
Ma di lì a poco scoppiò un fulmine a ciel sereno.
La denuncia
Leggiamo cosa scrive Cesare Pavese a Corrado Alvaro il 4 aprile del 1947:
Caro Alvaro, scriviamo a lei come Presidente della Società Italiana Autori e Editori cui interessa il fatto che ci capita. Un certo avvocato di Milano ci denuncia al Procuratore della Repubblica in questi termini: «Denuncio per oltraggio al pudore l’editore Giulio Einaudi per la pubblicazione del “Mur” di Jean-Paul Sartre». La cosa ci pare assolutamente ridicola. Che, dopo tanto lottare per una ragionevole indipendenza da Minculpop e padri gesuiti, succeda che in Italia si pensi ancora a bagatelle del genere, ci pare grazioso. Noi rispondiamo naturalmente in sede giudiziaria mirando a trasformare il processo in battaglia per l’autonomia dei valori culturali da ogni inframmettenza codina. E ci sarebbe caro che la Società degli Autori prendesse posizione sul caso, trattandosi, ci pare, di res communes. Possiamo contarci, caro Alvaro?
Alvaro risponde il 25 di quel mese:
Caro Pavese, io non sono Presidente della Società Autori ed Editori, ma del Sindacato e della Cassa Nazionale Scrittori. Se il mio parere sulla questione del Mur di Sartre la interessa, e se la pare utile che, come rappresentante del Sindacato Nazionale Scrittori, io prenda posizione nel processo che si farà a quel libro per oltraggio al pudore, io sono a sua disposizione. Se non ci difendiamo, si preparano per noi giorni assai peggiori di quelli sotto il paterno Ministero della Cultura Popolare. Conti dunque su di me, e mi sappia dire a tempo quello che devo fare.
Il caso
Il “caso” prese spunto da un articolo apparso sul Corriere della Sera a firma Antonio Baldini che definiva Il muro “un mostruoso campionario di puzzonate” e infangava e irrideva la figura del traduttore, che peraltro s’era firmato soltanto con le iniziali E.G. per restare anonimo, ma che l’articolo svelò essere Elena Giolitti, fatto – l’esser donna – che a suo dire andava ad aggravare ancor di più il comportamento dell’editore.
Elena, da poco tempo collaboratrice Einaudi, era moglie di Antonio Giolitti esponente del PCI e nipote di Giovanni Giolitti e, cosa incredibile, era addirittura imparentata per via materna con quel bell’Antonio Baldini, giornalista puritano. Quindi si trattava, oltretutto, di un bello scambio di favori in famiglia.
L’articolo di Baldini fu preso al balzo dall’avvocato milanese Antonio Carones che intravvide nella denuncia del quotidiano un modo facile per porsi in luce. Attaccare un libro famoso non era faccenda di tutti i giorni. E Sartre era ormai sulla bocca di tutti gli intellettuali europei. Ma non solo sulla bocca degli intellettuali: era soprattutto sulla bocca del “bel mondo”. Un caso, quindi, utile da cavalcare.
Si unì alla crociata di Corones ovviamente anche l’Associazione Nazionale per il Buoncostume. L’intera “italietta benpensante” marciava unita alla riscossa.
L’opera, detto chiaro e tondo, veniva accusata in via giudiziaria di esplicitare “onanismo, pederastia, saffismo, eccetera, eccetera…”. Ma questa era una presa di posizione ispirata soltanto da smania di puritanesimo o dietro a questo atteggiamento intransigente c’era dell’altro? Sono convinto che ci fosse sicuramente dell’altro.
L’Italia (diciamo antifascista) di quegli anni era tutt’altro che compatta. Cresceva l’adesione al PC e il Paese rischiava di esser guidato da un partito politico che prendeva ordini da Mosca. Bisognava porre rimedio con ogni mezzo. Einaudi, Sartre con il suo “esistenzialismo” e la sinistra permissiva in genere, andavano osteggiati con ogni mezzo.
E, guarda caso, si andava a processare l’editore che proprio in quei tempi stringeva rapporti stretti col partito di Togliatti. Ovviamente non si citò l’autore che risiedeva in Francia e che non c’era motivo e ragione di coinvolgere.
Il processo e la ristampa
In tribunale la difesa di Giulio Einaudi la condusse Norberto Bobbio, coadiuvato dall’avvocato Carlo Zini Lamberti. Fu per ovvi motivi una difesa anomala, ma efficace. Le argomentazioni citate a favore dell’opera furono più che altro filosofiche e culturali.
Si fece riferimento, in sintesi, all’art. 529 – secondo comma del Codice Penale, il quale sancisce che non può essere considerata oscena un’opera d’arte o di scienza. Si richiese quindi la definitiva archiviazione della denuncia per “pubblicazioni oscene” in quanto il fatto non sussisteva.
Ma tutto questo durò tempo. Si dovette attendere fino al dicembre del 1950 per giungere alla definitiva sentenza che decretava di non doversi promuovere verso Einaudi azione penale poiché: «…l’opera stessa… assume carattere indiscusso di opera d’arte e… infine la notorietà dell’opera di Sartre e la veste tipografica usata dall’editore Einaudi non lasciavano dubbi che quest’ultimo [avesse] agito con fini culturali e meno che riprovevoli…».
Quindi si poté ridistribuire l’opera a partire da quella data? Il libro incriminato nel 1947 dal 1950 poté tornare in commercio? Sì, ma lo fece ben prima. Perché la denuncia funzionò da cassa di risonanza per l’opera di Sartre e non fece che incrementare la richiesta del libro.
E l’Einaudi, e i librai, non si lasciarono certo sfuggire una tale ghiotta occasione commerciale. Da subito quel bizzarro allestimento tornò utile. La fascetta con titolo e autore si rifilò e si inserì tra le pagine interne, come segnalibro. Diventava quindi pressoché impossibile individuare Il muro in libreria.
Poi, subito dopo la denuncia, alla fine di aprile del 1947 il libro fu ristampato, ma con diverso allestimento progettato da Max Huber, ed ebbe ancora una ristampa nel giugno di quello stesso anno.
Successivamente, a clamore un po’ scemato, nel dicembre sempre del 1947, fu ristampato e inserito come quarto numero della neonata collana “I coralli”.
Inutile dire che, dalla prima uscita in poi, Il muro di Sartre diventò un caposaldo “illustre” del catalogo della Casa torinese. Insomma, Pintor e Pavese c’avevano visto giusto.

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