Un libro “stupido e inutile”

La nuova stagione della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese curata da Claudio Pavese si apre con una puntata decisamente colorata: protagonista, l’Abecedario di Bruno Munari.

Come avevamo anticipato nella puntata dedicata a Mario Sturani, Giulio Einaudi nel 1941 decise di aprire una sede romana per condurre più frequenti e fattivi rapporti con i Ministeri dell’Educazione e della Cultura. 

I contatti così facilitati avrebbero concesso più sbrigativi nulla osta alla pubblicazione di titoli non sempre allineati ai desiderata del sistema. In parallelo, per ottenere più consistenti dotazioni di carta, inchiostri e altri materiali utili alla produzione editoriale, si decise di creare una “collana ragazzi”; collana strategica che avrebbe sopperito, anche se solo parzialmente, alla mancanza di un suo specifico segmento “scuola”. Teniamo presente che l’indottrinamento aveva una corsia preferenziale sul fronte delle forniture.

La nuova “collana ragazzi” di Einaudi

Questa nuova collana fu intitolata Libri per l’infanzia e la gioventù. 

Per dare lustro e legittimazione all’iniziativa venne coinvolto Bruno Munari. Non dimentichiamo che a quel tempo il designer milanese era il grafico ufficiale del rotocalco Tempo della Mondadori; rivista lautamente sovvenzionata dal Ministero e pubblicata addirittura in sette lingue straniere. 

All’inizio di questa nuova avventura editoriale, furono messi in cantiere tre libri: Le macchine di Munari (un gioiello di meccanica fantastico-surrealista); un libro non ancora ben definito della giovane, sconosciuta ma talentuosa, Elsa Morante (collaboratrice del Corriere dei Piccoli”) che verrà poi intitolato Caterì dalla trecciolina;Caccia grossa tra le erbe, opera di Mario Sturani, amico fraterno di Cesare Pavese, entomologo e pittore e, a quella data, già direttore artistico alla Ceramiche Lenci di Torino. 

Ma il vero capolavoro della serie fu senza dubbio il quarto libro della collana (il secondo di Munari): il suo Abecedario, dato alle stampe verso la fine del 1942 e distribuito nel 1943. 

L’Abecedario di Bruno Munari

Quest’ultima opera era così concepita.

A ogni lettera dell’alfabeto erano destinate due pagine. In quella di sinistra la lettera in questione era presentata nelle varianti maiuscole e minuscole, in carattere tondo e corsivo, il tutto immerso in un gioco-colore contraddistinto da una grafica essenziale sapientemente calibrata, tipica appunto del designer milanese.

Nella pagina di destra la lettera era presentata in carattere egizio enorme e veniva accompagnata da due illustrazioni in bianco e nero: una tratta dal mondo animale o vegetale, l’altra dalla vita quotidiana. 

Alla lettera “A”, per esempio, figuravano un albero e un aeroplano, alla lettera “C”, un cavallo e una chiave, alla “I” un istrice e un imbuto e così via. L’impostazione, insomma, seguiva una logica ben precisa.  

Però, però, però… Ecco che, arrivati alla lettera “H”, s’infrangeva la regola: qui, caso strano, compariva un solo disegno. E non era solo questa l’anomalia che “stonava”. Quello che lasciava, e ancora lascia, stupefatti era ciò che veniva rappresentato con quest’unico disegno. 

Accanto all’acca compariva, in bella posa, nientemeno che un fiero “hitleriano”! Un militare teutonico in gran parata; un militare impettito, con tanto di stendardo al vento e croce uncinata in bella mostra. Quindi: nessuna rappresentazione tratta dal regno animale, nessuna dal regno vegetale, e né tantomeno una realtà di vita così quotidiana. 

Questa scelta lascia perplessi. Non era mai trapelato, scartabellando archivi d’ogni genere, leggendo epistolari di chi aveva operato in quel periodo – Pavese in primis, ma anche di Muscetta, Alicata, Ginzburg, Pintor – che l’Einaudi avesse concesso un simile tributo al Regime, alleati germanici compresi. E su un testo di formazione per bambini in prima età scolare, oltretutto! E Pavese non era certo né tenero, né ossequioso, né tantomeno, diplomatico. Muscetta e Alicata neppure. Non mi sembrava possibile che di questo fatto non si facesse menzione da nessuna parte. Che non fossero trapelati commenti o pareri discordi. 

Eppure… nulla. 

Emergono scambi di opinione sul formato del libro, che sulle prime Einaudi contesta poiché la forma quadra comporta troppo spreco di carta; emergono dettagli sulla tipologia di illustrazioni che Munari adotta e definisce “tipo quelle del dizionario Melzi”.

Finché scoviamo, nelle lettere del periodo, la volontà esplicita di Einaudi di abbinare alla lettera “S” l’immagine di uno struzzo che lui stesso definisce: «… la bestia della casa» e, proseguendo, un’altra precisa richiesta (e qui la faccenda si fa per noi interessante) e cioè: «…uno Spitfire incendiato, come esempio di vita attuale…».

Con l’inserimento di un aereo inglese abbattuto, si percepisce un’intesa esplicita, tra editore e autore; e cioè che il librino debba “ospitare” una sorta di plauso al regime e all’intervento bellico; un’immagine di forza e coraggio molto gradita su tutti i testi destinati ad educare “italicamente” fin dalla più tenera età. Un tributo da pagare, insomma.

Munari, in seguito alle richieste in questione, inserirà, sì, lo struzzo ma non lo Spitfire, anche perché alla lettera “A” aveva già inserito un caccia Macchi con il marchio del triplice fascio disegnato sulle ali. Ripetere il soggetto sarebbe risultata un’inutile forzatura. 

Ovvio supporre che quella del fiero hitleriano possa essere stata una soluzione alternativa proprio a quello Spitfire in fiamme. 

Fatto sta che, nel luglio del 1942, dando notizia a Einaudi che i disegni per l’Abecedario sono ultimati, Munari si compiace che lo struzzo sia piaciuto all’editore e in una nota a fondo pagina chiosa la lettera con uno strambo «Viva!» quasi fosse un saluto marziale con ovvio riferimento all’imbarazzante personaggio.

Il libro venne da subito apprezzato e ritenuto “pietra miliare” nel panorama dell’editoria per l’infanzia, a tal punto che già nel numero di giugno del 1943 l’importantissima rivista di architettura, lettere e arredamento Stile, diretta da Gio Ponti, si dà notizia dell’ABC pubblicandone alcune pagine e sottolineando: «La letteratura infantile, i libri infantili, quasi tutto quello che riguarda la formazione di un gusto fin dall’infanzia è da rifare. Munari comincia con un abecedario edito da Einaudi. Che sia l’inizio di una riforma?».

Una recensione sintetica quanto lusinghiera, non c’è dubbio. Tant’è che già nel 1944 in un’Einaudi ormai commissariata il libro risulta pressoché esaurito.

A Liberazione avvenuta, l’8 maggio del 1945, Munari riprende immediatamente i contatti con Giulio Einaudi proponendo la ristampa dell’Abecedario. Ed ecco che, nell’occasione, affronta apertamente il problema dell’immagine da accostare alla lettera “H” (a quel punto divenuta scomoda e inutilizzabile) e invia il disegno di un “hangar” che avrebbe dovuto sostituire quello che lui definisce «…il disegno ormai caduto in disgrazia». 

È questa la prima e unica volta in cui viene affrontato formalmente il tema dell’immagine “imbarazzante”, almeno così ci risulta. E Munari, coglie l’occasione della ristampa “aggiornata” e propone un secondo libro dedicato all’infanzia: un Numerario.

A questo punto, entra in scena, apertamente, Cesare PaveseNel verbale di segreteria Einaudi dell’11 giugno 1945 si annota: «…Bruno Munari, autore dell’Abecedario ci ha fatto avere ora il manoscritto di un NumerarioEinaudi è favorevole alla pubblicazione. Pavese dice che è un libro stupido e inutile…». Una sentenza lapidaria, caustica e “fuori dai denti” che dà l’idea di quanto avesse dovuto masticare amaro per quel librino “stupido, inutile” e perdipiù “ossequioso”.

Pavese l’ebbe vinta. Il 18 novembre 1946 con tono molto distaccato dalla direzione Einaudi giunse a Munari una risposta gelida: «Gentile signore, a seguito istruzioni pervenuteci dalla nostra sede di Milano le restituiamo il suo Numerario. Voglia gradire…». 

Il Numerario non vide mai la luce. L’Abecedario non ebbe mai ristampe. 

[A proposito di abbecedari d’epoca, segnaliamo la nuova mostra della Fondazione Cesare Pavese Il viaggio di Pavese, curata sempre da Claudio Pavese e visitabile liberamente nella Chiesa dei SS. Giacomo e Cristoforo a Santo Stefano Belbo fino al 30 giugno 2026, ndr]

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