Dialoghi con Pavese: Alberto Cristofori

Dialoghi con Pavese: Alberto Cristofori

Per la nostra rubrica di critica pavesiana contemporanea, Iuri Moscardi ha intervistato lo scrittore e traduttore Alberto Cristofori, che nel 2022 ha tradotto l’Antologia di Spoon River per La nave di Teseo.

Dialoghi con Pavese: Alberto CristoforiAlberto Cristofori è uno scrittore e traduttore. È laureato in lettere (con una tesi su Sandro Penna) e ha un diploma di pianoforte del Conservatorio. Alla sua formazione intellettuale hanno contribuito, oltre a scuola e università, i soggiorni presso una famiglia di Cambridge tra i 20 e i 30 anni, che gli hanno permesso di imparare l’inglese e altre lingue; un anno di apprendistato nella redazione di “Linea d’ombra”, la rivista diretta da Goffredo Fofi, che gli ha insegnato cosa vuol dire svolgere un lavoro intellettuale; e infine il lavoro alle Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, dove ha imparato come si fanno i libri. Ha pubblicato molti manuali scolastici, due libri di narrativa, qualche saggio e circa 120 traduzioni da inglese, francese, spagnolo e catalano. Tra queste, nel 2022, anche una traduzione dell’Antologia di Spoon River per La Nave di Teseo.

Nella sua introduzione distingue tra ciò che è vero e ciò che non lo è in ambito letterario: Spoon River è vera perché tale nella finzione della poesia, pur essendo modellata su due cittadine e alcune persone reali. Quale Spoon River esiste, oggi, per i lettori italiani che si avvicinano – magari per la prima volta – a questo libro?

Mi premeva sottolineare che la critica americana si è affannata a cercare i riscontri reali dei personaggi e delle vicende narrate da Masters, ma a me sembra che questa non sia una strada feconda sul piano critico perché la verità della poesia non è quella della storia o della biografia. I personaggi letterari vivono nella mente dei lettori, e poco importa se si tratta di personaggi fittizi come Renzo Tramaglino o di personaggi storici come il cardinal Federigo: la loro vita poetica è tutta nelle parole del testo e nelle reazioni che queste suscitano in chi legge, non nei documenti e nelle cronache. In Italia l’Antologia di Spoon River è vittima di un vizio originario: è arrivata in pieno Neorealismo ed è stata scambiata, forse inevitabilmente, per una descrizione critica della società americana – e a questa lettura distorta ha contribuito (ancora una volta involontariamente) il famoso disco di De André, Non al denaro, non all’amore né al cielo, poco dopo il Sessantotto. In verità Masters, che pure ha dei punti di contatto con la letteratura naturalistica americana, ha i suoi modelli nell’Antologia palatina e in Whitman, in Dante e in Shelley, che non hanno nulla a che vedere con il realismo sociale. E, sul piano ideologico, la tradizione in cui si inserisce è quella del misticismo swedenborghiano, conosciuto soprattutto attraverso Goethe. 

Stando a una famosa lettera di Pavese, ogni traduzione è un atto di riappropriazione e negoziazione tra culture e lingue diverse. Come ha affrontato la sfida di questa traduzione, facendo riferimento alle precedenti traduzioni italiane o seguendo strade diametralmente opposte a quelle?

Ovviamente quando si ritraduce un classico bisogna aver presenti almeno le principali traduzioni già esistenti. Ma durante il lavoro ho tenuto sott’occhio soprattutto le analisi critiche, che negli ultimi anni si sono moltiplicate negli Stati Uniti, e che mi hanno fornito spunti importanti per la traduzione ma soprattutto per il lavoro di analisi, diciamo di “guida alla lettura”, che ho voluto affiancare a ogni singolo testo – cosa che nessuno aveva mai fatto prima, e che invece a mio avviso è indispensabile per non cadere nei fraintendimenti di una lettura ingenua. Mi riferisco per esempio a certe soluzioni metriche, sintattiche, formali, che la traduzione può rendere in parte, ma che devono essere fatte notare se non vogliamo ridurre queste poesie ad aneddoti, a casi di cronaca locale. Se tali fossero, non si capisce perché li leggeremmo ancora, dopo più di cent’anni, con interesse ed emozione. È il lavoro del poeta sul ritmo, la sua ricerca musicale, a dar loro un valore universale.

Da dov’è nato l’impulso per affrontare questa sfida traduttiva?

L’occasione è stata delle più banali: Masters è morto nel 1950, il che vuol dire che alla fine del 2020 (cioè dopo settant’anni) le sue opere sono diventate di pubblico dominio e quindi non bisogna più chiedere permessi e pagare diritti agli eredi. Ho proposto il lavoro alla Nave di Teseo e mi hanno subito detto di sì. Ma questa è stata appunto l’occasione. In verità questa idea mi ronzava nella testa da molto tempo: ho letto la prima poesia di Masters, Johnnie Sayre, a quindici anni, grazie a un compagno di scuola che me ne aveva parlato con entusiasmo, e da allora sono tornato spesso su quest’opera, senza pensare di pubblicarne una traduzione, solo per il piacere di rileggerla.

La forma testuale in italiano dell’Antology ha subito continui cambiamenti: la prima edizione fu una scelta di alcune poesie e i traduttori hanno modificato la struttura del volume concepita dall’autore. Qual è stato il suo approccio alla struttura macrotestuale? Mi riferisco soprattutto all’inserimento di dieci percorsi tematici e al ruolo di Spooniade ed Epilogo.

Mah, io sono un po’ scandalizzato dal fatto che Einaudi, ancora adesso, venda come “edizione integrale” un libro in cui mancano i due testi finali: capisco che siano considerati meno belli degli altri, ma cosa direbbero i lettori di fronte a una Divina Commedia “integrale” di 97 o 98 canti, anziché di 100, perché quelli meno riusciti ci siamo permessi di risparmiarveli? Il testo dell’autore va rispettato, anche nei suoi difetti: questo è un principio deontologico che non può essere eluso. Altro discorso è la scelta antologica, che è legittima purché dichiarata. Un’opera come l’Antologia di Spoon River, come tutti i canzonieri poetici direi, è concepita per poter essere letta anche in maniera non lineare. Questo è uno dei diritti del lettore – quello di saltare, di correre avanti, di tornare indietro. Per questo ho inserito nel mio commento dei “percorsi tematici”, cioè dei suggerimenti per “usare” il libro in maniera libera; si tratta, beninteso, di alcuni dei molti possibili percorsi alternativi a quello d’autore, il lettore che ha imparato il gioco si divertirà poi a crearsene di suoi.

Nell’introduzione sottolinea anche il duplice carattere dell’opera, sia frammentaria che unitaria, e i motivi alla base di tale opinione. Dal momento che Masters aspirava a un messaggio totalizzante (la Verità, a cui dà prima un valore politico e poi uno panteistico-religioso), come mai al di fuori degli Stati Uniti questo messaggio sembra aver incluso solamente la nostra nazione?

In Italia, come dicevo prima, questo libro ha avuto un destino particolare grazie a due grandi personalità come Pavese e De André, che sono stati i veri padrini del suo successo. Altrove questo non è accaduto, e l’opera è rimasta quasi sconosciuta al grande pubblico. È molto interessante osservare che anche negli Stati Uniti l’Antologia non è un libro molto amato – sia perché Masters è considerato (giustamente, ma troppo severamente) un epigono di Whitman, sia soprattutto perché Masters propugna valori profondamente anti-americani: la sua religiosità, per esempio, è una forma di sincretismo, aperto non solo a tutte le fedi ma anche alla grande tradizione filosofica laica, da Socrate ai trascendentalisti, cioè esattamente l’opposto del rigorismo e del fondamentalismo che sono parte così grande del mondo statunitense; l’America ideale di cui vuole essere il cantore è quella dei pionieri ottocenteschi, non quella dei tycoon e dei finanzieri che hanno dominato la scena economica a partire proprio dalla sua epoca e fino ai giorni nostri; la sua riflessione politica lo conduce a posizioni pacifiste (chiarissime già nelle poesie dell’Antologia sulla guerra delle Filippine, ma ancora più esplicite nel sequel, La nuova Spoon River, pubblicato dopo la Grande Guerra, che ho tradotto parzialmente per le edizioni LOW di Piacenza). Anche queste posizioni non sono facilmente digeribili dal pubblico americano. Questa critica radicale dell’American way of life a me sembra il vero motivo per cui, anche negli Stati Uniti, Masters è sì studiato, ma solo da pochi aficionados, e non entra a far parte del canone poetico novecentesco.

Alla prima traduzione del libro lavorarono Fernanda Pivano e Cesare Pavese in uno sforzo davvero eroico di dare ai lettori italiani un libro per loro fondamentale. Come giudica i loro sforzi a distanza di più di ottant’anni?

Le traduzioni invecchiano, è una triste ma indiscutibile verità. Ci sono pochi casi felici in cui le traduzioni, per il loro valore o per il loro significato storico ecc., cambiano natura, e diventano testi autonomi, che si leggono per se stessi, e non per conoscere l’originale. Pensiamo all’Iliade di Monti: chi pensasse di leggere Omero, oggi, commetterebbe un errore, perché quello di Monti è Omero come lo immaginava il Neoclassicismo, ma in duecento anni gli studi sono progrediti, il gusto è cambiato, il modo stesso della traduzione è completamente diverso. Il testo di Monti è un capolavoro della poesia neoclassica italiana, ma per leggere l’Iliade dobbiamo ricorrere ad altri. La stessa cosa è accaduta per l’Antologia di Pivano: non la consiglierei a chi vuole leggere Masters, ma a chi vuole capire gli anni Quaranta in Italia. Faccio un solo esempio: Dorcas Gustine, protagonista di uno degli epitaffi dell’Antologia, è una donna: noi oggi lo sappiamo di sicuro, mentre Pivano e Pavese, in mancanza di indicazioni testuali chiare, e di fronte a un nome per noi ambiguo, hanno optato per un uomo. Ma questo “errore” stravolge il senso della poesia: Dorcas dichiara infatti di essere stata una che parlava senza peli sulla lingua, e per questo era odiata e ha trascorso la vita in solitudine. Ora, se a dire questo è un uomo, siamo di fronte a un personaggio incapace di rispettare una regola di quieto vivere, forse addirittura a un villanzone o a un mattoide; ma se a dirlo è una donna, in un’epoca in cui le donne non avevano diritto di parola, in cui una moglie troppo loquace poteva essere mandata in manicomio dal marito, dal padre o dal fratello, allora si capisce che quella di Dorcas è una protesta, il suo parlare “troppo” diventa una provocazione, una rivolta, e il personaggio acquista tutta un’altra drammaticità e un altro spessore.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da La luna e i falò per una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Quasi settantacinque anni dopo il suicidio di Pavese, secondo te abbiamo ancora bisogno di lui come uomo o come intellettuale? Perché?

Non amo le classifiche, in nessun campo, ma concordo con chi ritiene che Pavese non sia stato, purtroppo, un grandissimo scrittore. Io amo molto alcune delle sue opere, in particolare Paesi tuoi e La luna e i falò, ma altre mi sembrano decisamente poco riuscite, o arrovellate su questioni che non ci toccano più. L’emozione che suscita la sua parabola esistenziale non dovrebbe confondere il giudizio sull’opera. Resta invece, secondo me, un grandissimo esempio di apertura intellettuale e di coraggio civile in un momento tragico della nostra storia. È difficile oggi rendersi conto del valore che poteva avere, negli anni Trenta, la traduzione di Moby Dick, o lo studio di Whitman e di Masters e di tanti altri autori vietati o almeno invisi al regima fascista; della ricchezza di prospettive che la sua direzione all’Einaudi ha garantito all’Italia intera, facendo di quella casa editrice, per circa un ventennio (anche dopo la sua morte) il vero centro propulsore della cultura di questo paese. I tempi bui, contro ogni ottimistica previsione, sono tornati. Quindi sì, abbiamo un grande bisogno di intellettuali come Pavese, e sempre più ne avremo bisogno nel prossimo futuro.

Intervista a cura di Iuri Moscardi

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