Claudia Durastanti

Dialoghi con Pavese: Claudia Durastanti

Apre con la scrittrice e traduttrice Claudia Durastanti la nuova stagione della nostra rubrica di critica pavesiana contemporanea. Leggi l’intervista di Iuri Moscardi.

Nel 2020, Einaudi ha ripubblicato tutti i libri di Pavese con nuove copertine e introduzioni: tu hai scritto l’introduzione al romanzo La bella estate. Quando hai incontrato per la prima volta i libri di Pavese e cosa ha rappresentato lui per te, come persona e scrittrice?

Ho letto Pavese per la prima volta alle scuole superiori, quando – più che leggerle – fui esposta alle poesie di Lavorare stanca, ma quello fu tutto. Mi sono davvero riconnessa con Pavese durante il mio primo anno di università: comprai Il mestiere di vivere e Vita attraverso le lettere, per poi immergermi lentamente nei suoi romanzi e racconti. Credo che questa sequenza di passaggi mi abbia permesso di formare la mia personale idea di Cesare Pavese e il risultato sarebbe probabilmente stato diverso se avessi letto i suoi romanzi prima oppure l’avessi letto senza riferimenti, senza il senso particolare di gravità irradiato dal suo diario e dalle lettere. Sarebbe troppo semplice dire che mi innamorai dell’uomo e poi imparai come accettare lo scrittore, che è molto simile all’interpretazione di Pavese data da Susan Sontag, quasi come se l’«eroe triste» servisse una funzione che il romanzo non riesce a
sostenere, ma non era il mio caso. La vita di Pavese, come ci ha raccontato e come ne ha scritto, è un’epica a bassa intensità che accumula materiali e mattoni che costruiranno e solidificheranno i suoi romanzi, e nessuna delle due può esistere senza l’altra. Pavese mi ha insegnato come voleva essere letto attraverso le sue stesse parole. Sono sempre stata attratta dalla relazione tra gli scrittori e i loro diari – Woolf, Plath, ora Ernaux – ma Pavese è stato il primo per me, e mostra più variazioni di stile e motivi, tratteggia un intero paesaggio soggetto alla rotazione delle stagioni. Inoltre, durante le nostre gioventù abbiamo vissuto percorsi opposti: io lasciando l’America, lui cercando disperatamente di andarci. È stata una cosa molto personale.

Anche se è una domanda che non andrebbe mai fatta, qual è il tuo preferito dei libri di Pavese, se ne hai uno? Perché?

Ti direi il trittico de La bella estate: questi tre romanzi brevi combinano compressione e melodia in forma magistrale. Sebbene attraverso diversi personaggi e diverse prospettive di genere, classi e ambienti sociali, uno può percepire il ritmo di una vita singola dispiegarsi nei suoi movimenti, come osservando in slow-motion un fiore che sboccia fino alla sua morte. Il senso del tempo del trittico, il suo senso di una gioia verginale assurda ed estatica e poi di tenue decadimento ancora mi ossessiona. 

Nella tua introduzione a La bella estate ti concentri su un aspetto del Pavese narratore: la sua abilità di scrivere di donne e ragazze, identificandosi con loro. Questo era molto moderno per il suo tempo e non molti altri scrittori – dal passato a oggi – hanno questa abilità. In quanto donna, scrittrice e ora direttrice editoriale della casa editrice femminista La Tartaruga, cosa pensi di questo suo aspetto?

Era molto moderno e allo stesso tempo non venne preso seriamente: La bella estate (il romanzo breve) venne considerato un minore e deprecabile episodio nel trittico poiché le protagoniste sono due giovani donne in una relazione ingarbugliata, in cui ognuna definisce e rispecchia l’altra. Pavese ha commesso un errore imperdonabile: si è dimenticato delle sue numerose muse ed è diventato loro, ha rivolto dentro di sé il suo impossibile desiderio e ha trasformato la sua voce per essere queste ragazze invece di arrivare a loro. C’è stato un lungo dibattito riguardo alla misoginia di Pavese, sebbene nessun essere umano al di fuori della sua percezione ossessiva e intima della realtà venne risparmiato di tanto in tanto dal suo disgusto e dal suo disprezzo, indipendentemente dal genere. Ma come può un vero misogino dedicare la sua attenzione lirica a questi personaggi veramente marginali della vita italiana del tempo – giovani ragazze – e liberarle dalla cattività di essere unicamente muse per uno sguardo esterno? Penso che Pavese riuscì in questo perché era più simile alle sue amanti femminili – sia reali che immaginarie – di quanto accettò di ammettere, soprattutto nella sua disperata e testarda accettazione di essere ferito. Non sto equiparando l’esperienza femminile a una ferita perpetua, ma penso che Pavese si assunse molti rischi nell’esplorazione della relazione tra il suo corpo e la sua apparenza con il mondo di fuori, e spesso si sentì marginalizzato in confronto a ciò che era socialmente desiderabile o considerato appropriato per un uomo. Si aprì anche se poteva far male e voleva ritirarsi. Riconosco questa esperienza come credo che molte delle donne che pubblico con La Tartaruga farebbero. Mi chiedo tuttora che tipo di ragazza sarebbe stata Cesare Pavese. O che fu.

Ho letto sul sito dell’American Academy di Roma, dove sei stata nel 2015, che ci sei entrata per lavorare su un romanzo basato sulla relazione tra Cesare Pavese e Fernanda Pivano, però poi hai scritto di una spogliarellista romana. Perché hai deciso di scrivere un romanzo su Pavese e Pivano? E, se vuoi dircelo, perché quel progetto fallì?

Non sono sicura che sia fallito del tutto, a questo punto: forse semplicemente divenne la mia balena bianca, e Pavese approverebbe! Il fatto di fare da mentore e scegliere qualcuno per una combinazione di ragioni – un uomo più vecchio che crede nel talento di una donna più giovane, anche come una sbandata di esasperante frustrazione per lei –, uno stato sospeso di ambiguità che non si risolverà nemmeno in una relazione sentimentale o sessuale propriamente detta, l’idea di stare fianco a fianco con un intero mondo collassato in un altro (l’America nell’Italia), la scelta di assegnare una traduzione come regalo egoista, una giovane ragazza che renderà quella traduzione immortale, la domanda ricorrente se questo semplice fatto fu davvero un regalo o una sorta di furto di quello che Fernanda Pivano sarebbe potuta diventare altrimenti. Qual era l’alternativa per la ragazza? Mi piace l’idea che certe persone siano come incidenti d’auto nella vita di qualcuno, quella cosa che proprio ti colpisce e ti cambia per sempre. E mi piace specialmente quando non ci sono coinvolti sesso o amore convenzionale. Ma questo è un insieme di sentimenti molto specifico, che va oltre Pavese e Pivano nonostante la loro mitica vita e il loro legame lo portino a un livello eccezionale. Questo legame rimane sempre dentro la mia mente: forma molta della mia scrittura, anche se non li menziona direttamente.

Pavese è stato traduttore di autori inglesi e americani, come te; romanziere, come te; direttore editoriale, come te. In un certo modo, ha provato a essere un antropologo, come te. Hai mai pensato a quanti aspetti professionali condividete? Soprattutto, l’hai mai considerato un modello per te? 

Parlando da scrittrice, non sono mai stata capace di difendere la bambina e l’adolescente in me così da avere qualcosa di anche solo lontanamente paragonabile alla grandezza di Pavese. La sua dedizione a ogni singola persona che è stato mentre cresceva, la sua feroce attenzione alla letteratura e allo stesso modo alle relazioni umane furono uno sforzo tremendo e credo che lo uccisero. Si trattava quasi dello sforzo maniacale di cancellare e sospendere il tempo, di ridurre molte età dell’anima in un solo istante, l’istante senza fine della scoperta di qualcosa di nuovo. Ha scritto molto di perdite, ma non ha mai perso davvero qualcosa che avesse in mente o nel cuore. So che potrebbe suonare banale, ma attraverso alcune forme brevi di scrittura fu capace di sostenere un senso di desiderio infinito che non ho mai veramente incontrato in uno scrittore, tranne che in Fitzgerald. Pavese non lo tradusse: lo amava troppo e credo che lo avrebbe rovinato. Sono diventata molte cose nell’industria editoriale, che naturalmente è molto diversa oggi, mutando molte passate versioni di me. E ho provato a tradurre Fitzgerald: sarebbe stato presuntuoso non farlo. Solo un grande scrittore si può astenere dal farlo.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da un famoso passaggio de La luna e i falò per una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Settantatre anni dopo il suicidio di Pavese, abbiamo ancora bisogno di lui? Perché?

Sono parecchio intrigata dal fatto che proprio adesso molti scrittori americani e inglesi menzionano Pavese o Ginzburg come i loro scrittori preferiti: non era per nulla così dieci anni fa. Sento in questo una certa rivincita poiché per molti accademici italiani Pavese non era abbastanza letterario. Solo un lettore cieco potrebbe non notare la scelta graziosa di aggettivi, il desiderio di una struttura nascosta e misteriosa nella costruzione di personaggi e ambiente (era un antropologo, alla fine), la perenne ricerca di capire cosa stesse accadendo nelle vallate oscure di un paese ferito. Amo uno scrittore che non è preoccupato di avere paura sulla pagina. Quella precarietà poetica è tutto, e spero che sia il motivo per cui i lettori hanno bisogno di lui. Leggo Pavese, chiudo il libro e mi chiedo: cos’è quella crepa nel muro? Quando è accaduto il terremoto? È fin troppo facile fare a pezzi il cuore di qualcuno con le bombe.

Claudia Durastanti è una scrittrice e traduttrice, autrice di quattro romanzi acclamati dalla critica. Scrive per numerosi inserti letterari di diverse testate ed è membro del comitato direttivo del Salone del Libro di Torino. È la traduttrice italiana di Elizabeth Hardwick, Joshua Cohen, Ocean Vuong. La straniera, finalista al Premio Strega 2019, è stato tradotto in venticinque lingue. Vive a Roma.

Intervista a cura di Iuri Moscardi
Foto: Sarah Lucas Agutoli
 
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