Dialoghi con Pavese: Julianne VanWagenen

Dialoghi con Pavese: Julianne VanWagenen

Per la nostra rubrica di critica pavesiana contemporanea, Iuri Moscardi ha intervistato la ricercatrice Julianne VanWagenen a proposito dei suoi studi sull’Antologia di Spoon River.

Julianne VanWagenen è una ricercatrice indipendente. Ha studiato letteratura inglese e lingua italiana alla DePaul University di Chicago e ha poi ottenuto un dottorato in studi italiani a Harvard. Ha pubblicato svariati articoli accademici su riviste come Italica, Gradiva: International Journal of Poetry, Forum Italicum, South Central Review e Romance Sphere e ha partecipato al volume collettivo Interpreting Urban Spaces in Italian Cultures. Nel 2023, ha infine pubblicato il libro Mythologist in Microgroove. A Study of Italian Myths and Cultural Shifts with Fabrizio De André on Lead Vocals, basato sulla sua tesi di dottorato. In questa intervista, ci siamo focalizzati sui suoi studi dedicati all’Antologia di Spoon River di E.L. Masters, che Pavese contribuì enormemente a far pubblicare in Italia nel 1943. 

Ti sei concentrata sulla traduzione italiana dell’Antologia di Spoon River, un libro dimenticato dai lettori americani ma che rimane un long seller in Italia. Da americana, quali sono, secondo te, le ragioni di questo successo così duraturo? Ho studiato questo libro per la mia tesi di laurea magistrale e credo che gli italiani ne abbiano sempre frainteso il contenuto.

Parte della mia ricerca accademica è stata dedicata a Masters e Spoon River, che ho scoperto (né l’autore né il libro mi erano familiari prima di allora, sebbene avessi una laurea triennale in inglese) mentre stavo facendo ricerca per un capitolo della mia tesi di dottorato dedicato all’album di Fabrizio De André Non al denaro non all’amore né al cielo. Ho partecipato recentemente a un panel alla conferenza annuale dell’American Literature Association e ho proprio discusso questo argomento. Basandomi sulle mie ricerche, direi che ha molto a che fare con la storia della sua apparizione italiana, collegata alla pubblicazione da parte di Fernanda Pivano e Cesare Pavese della traduzione dell’Antologia durante la Seconda Guerra Mondiale che apparentemente Pavese riuscì a ottenere aggirando i censori fascisti usando il titolo Antologia di S. River. Non sono mai riuscita a determinare se questa vicenda fosse apocrifa, peraltro: io e Luigi Ballerini abbiamo provato a mettere le mani su una foto della prima edizione ma non ci siamo riusciti. Spoon River è riuscita ad avere successo nella cultura italiana ma il resto del lavoro di Masters (xenofobo, di scarsa qualità, polarizzante e giudicato mediocre dalla critica), così come i lavori critici americani sulle sue ultime opere, non penetrarono in Italia durante gli anni dell’isolazionismo fascista; poi, quando la guerra e il fascismo finirono e l’Italia tornò alla normalità, Masters era ormai alla fine della sua vita (morì nel 1950), gli Stati Uniti lo avevano completamente dimenticato e non c’era più molto da leggere a livello critico riguardo al suo lavoro. Per certi aspetti, concordo con te che l’originaria popolarità fu dovuta a un fraintendimento del contenuto originale. Tuttavia, più che tradurlo impropriamente, a Pivano e Pavese mancavano alcune specificità culturali e storiche riguardo al contesto americano al tempo della scrittura di Spoon River. Tale specificità storica è ciò che manca anche alla traduzione originaria, per cui quello che era un libro abbastanza politico venne percepito principalmente come apolitico, o politico in un modo diverso. Penso che la sua persistente popolarità abbia tuttavia molto a che fare con la storia delle sue origini e l’album di De André. 

In particolare, ti sei focalizzata sul personaggio del Suonatore Jones come esempio del modo in cui il contenuto del libro di Masters è stato modificato dalla sua traduzione in italiano. Sebbene siano state pubblicate molte altre traduzioni, nessuna ha reintegrato appieno l’ideologia di Masters. Pensi che questo sia dovuto a ragioni culturali o a ragioni linguistiche?

Mi pare che oggi ci sia una certa riluttanza da parte dei traduttori a screditare, anche solo minimamente, Masters o Spoon River. In uno dei capitoli del mio libro parlo a lungo delle traduzioni più recenti, quelle pubblicate nel centenario della prima edizione americana (avvenuta nel 1915) da Mondadori e Feltrinelli, e di come i loro traduttori mi sembrano aver compiuto un lavoro molto prudente. Da un lato hanno reso le loro traduzioni più precise ma allo stesso tempo non hanno introdotto nessuno degli aspetti problematici dell’antologia o dell’ideologia di Masters, che gli studiosi americani hanno reso evidenti negli anni ’90 e primi 2000. L’edizione annotata di Spoon River del 1993 a cura di John Hallwas e la biografia del 2005 Edgar Lee Masters: A Biography di Herbert Russell sono due esempi di lavori che vengono citati estesamente nelle recenti edizioni italiane, le quali però non menzionano nessuno degli aspetti problematici della personalità e del lavoro di Masters che questi due libri evidenziano in modo abbastanza completo. 

In uno dei due articoli che hai dedicato a questo tema, “Masters vs. Lee Masters: The Legacy of the Spoon River Author between Illinois and Italy”, hai menzionato come la cosiddetta “aura antifascista” di Cesare Pavese abbia contribuito a nascondere gli aspetti più negativi dell’ideologia di Masters, come le sue simpatie per i confederati e il suo razzismo. Pensi che sarà mai possibile una traduzione italiana del libro che sia maggiormente aderente alla voce di Masters?

Penso che tutto ciò che è necessario a una traduzione più precisa sia un’introduzione che racconti la storia completa di Masters, senza omissioni o edulcorazioni, e una contestualizzazione completa di alcuni termini chiave, usando note a pie di pagina per postille e chiarimenti, in modo da inserirli nel loro ambiente storico e culturale. Per fare un esempio, Masters venne percepito come un democratico in stile Franklin Delano Roosevelt quando venne letto nell’Italia degli anni ’40. Tuttavia, quando Masters stava scrivendo le poesie nel 1914-15 (e Spoon River è ambientato ancora più indietro, negli Stati Uniti post Guerra Civile), era un democratico del Sud che si opponeva a Lincoln (un repubblicano). Era ambivalente riguardo alla schiavitù, pensava che la Guerra Civile avesse rovinato il Paese e sosteneva i diritti individuali sebbene questo, all’epoca, significasse il diritto di possedere schiavi. In sostanza, i diritti individuali per Masters non avrebbero dovuto essere applicati universalmente ma essere disponibili solamente a una minoranza privilegiata. Sebbene credo che sia possibile e che potrebbe persino essere interessante, non sono sicura che una versione italiana dell’antologia che aderisca totalmente alla voce di Masters sia davvero necessaria. Spoon River continua a vivere in Italia oggi con il suo valore e significato e penso che vada bene così. La latente xenofobia e la nostalgia per una frontiera americana agraria pre Guerra Civile di Masters non sono percepite nella traduzione italiana per cui mi chiedo se davvero dobbiamo trascinarcele dentro. O dovremmo forse lasciare che il lavoro continui a vivere e a significare qualcosa che in Italia è reso diversamente rispetto agli Stati Uniti.

Hai definito Pivano e Pavese dei partigiani che, con le loro traduzioni, hanno combattuto il fascismo con le parole invece che con le armi. Ottanta anni dopo, come dobbiamo considerare la loro operazione riguardo alla traduzione di Masters: fu davvero un successo o, al contrario, l’ideologia ha prevalso sulla qualità letteraria delle poesie?

Vorrei sostenere che, oggi, molti in Italia vengono attratti verso Spoon River da Fabrizio De André, il cui album elimina completamente qualsiasi ideologia potenzialmente offensiva o negativa che possa esistere nel testo originale. Anche se scoprono quest’opera a scuola senza aver mai sentito parlare dell’album di De André, probabilmente ascolteranno la storia della coraggiosa Pivano e dell’antifascista Pavese e filtreranno le poesie attraverso questa lente. In entrambi i casi (e aggiungici che le traduzioni italiane rendono l’originaria politica dell’antologia o assente o insignificante), penso che l’opera possa ancora essere letta come rivoluzionaria a causa della sua specifica origine in Italia e del contesto storico che la circonda. Ci sarà mai un giorno in cui l’ideologia di Masters sarà finalmente conosciuta in Italia e il libro interpretato in modo diverso? Forse. Mi sembra che il mondo occidentale stia vivendo un periodo di forte polarizzazione politica. 

Nei tuoi articoli e nel tuo libro hai analizzato la resa in musica di alcune delle poesie da parte di Fabrizio De André. Il suo disco fu semplicemente una trasposizione di testi in musica o lo dobbiamo considerare una traduzione “indiretta” del libro?

Nel suo album, De André rimase abbastanza fedele a poche poesie e ne cambiò completamente alcune altre. È anche significativo che ne scelse solo una manciata (9 dei 244 epitaffi originali), il che significa che molti dei contenuti originali creati a livello intertestuale, tra poesie e personaggi che si menzionano, sono andati perduti. Nel mio libro, sostengo che l’album di De André si basi involontariamente sull’aspetto nostalgico dell’antologia, che in Masters vedo come ciò che Svetlana Boym definirebbe nostalgia restauratrice. Questo tipo di nostalgia si basa su una ricostruzione astorica del passato come la nostra casa perduta. Ciò è problematico in Masters perché la sua casa perduta sono abbastanza specificamente gli Stati Uniti agrari di Thomas Jefferson e degli antenati di Masters, che si basavano ampiamente sulla schiavitù (sebbene non ci siano prove che gli antenati di Masters possedessero schiavi). Mi sembra che De André crei un’atmosfera di nostalgia contemplativa, che permette un’ambivalenza verso il passato e che, come dice Boym, è malinconica ma anche ironica e consapevole di sé. Prendiamo per esempio il Suonatore Jones, che per Masters è un personaggio di nostalgia profondamente restauratrice, un rappresentante proprio di tutto quello che era andato perduto ai tempi di Masters. Il Jones di Masters “ciancia delle fritture di tanti anni fa, / delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary, / di ciò che Abe Lincoln / disse una volta a Springfield” (traduzione Pivano; originale: “babbles of fish-frys of long ago, / Of horse-races of long ago at Clary’s Grove, / Of what Abe Lincoln said / One time at Springfield”). Nell’originale Jones c’è una enfasi sugli aspetti idilliaci del passato. Dall’altro lato, uno può sentire il Jones di De André “cianciare ancora delle porcate / mangiate in strada nelle ore sbagliate” e “dire al mercante di liquore / ‘Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?’”. Questo Jones non è più rievocativo di un passato idilliaco: in effetti, non sembra convinto che ci sia altro da fare per questa vita se non annegarla nell’alcool, un aspetto percepibile come abbastanza cinico invece che nostalgico.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da La luna e i falò per una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Quasi settantaquattro anni dopo il suicidio di Pavese, secondo te abbiamo ancora bisogno di lui come uomo o come intellettuale? Perché?

Non sono una studiosa di Pavese, per cui prendi ciò che dico con le pinze, ma mi piace molto Pavese. Non credo che Pavese abbia poi interpretato così male quello che aveva potuto controllare quando affrontò la traduzione originale di Spoon River: viveva in un’Italia isolazionista e non aveva accesso a molta se non a nessuna letteratura o critica, per cui leggeva e scriveva nel vuoto. Ciò che aveva visto e sentito di Spoon River negli anni ’30, quando ne scrisse per la prima volta, furono critiche americane positive che includevano discussioni su Masters come parte della rivolta contro il movimento del villaggio (un trend letterario che considerava positivamente l’America rurale, ndr). La ricezione e la comprensione americane di Spoon River cambiarono mentre il suo autore continuava a scrivere e dimostrava di possedere idee e sentimenti pessimi nei confronti delle persone che non erano come lui. Penso che Pavese non avrebbe potuto conoscere tutto questo negli anni ’40, quando lavorava con Pivano ma vale la pena notare che, prima della sua morte, Pavese aveva cambiato opinione nei confronti di Spoon River. Mentre nel 1931 aveva scritto: “Il gran merito di Lee Masters è di aver cominciato, al suo paese, la descrizione realistica, spietata, della cittadina di provincia, del villaggio, puritani”, nel 1943 definisce Spoon River una ballade du temps jadis, una ballata del tempo passato. Masters morì pochi mesi prima di Pavese, e nel suo elogio funebre per il poeta Pavese disse che Spoon River era una “umiliata celebrazione dell’energia e della giovinezza di un grande passato”. Tutto questo per dire che Pavese riconsiderò i suoi giudizi su Spoon River nel corso della sua vita. Non credo che dovremmo addossare il peso di una persistente incomprensione di questo libro in Italia sulle sue spalle: se Pavese fosse vissuto più a lungo, avrebbe quasi sicuramente aiutato a chiarire la comprensione dell’antologia in Italia.

Intervista a cura di Iuri Moscardi
 
Nino Arrigo - Dialoghi con Pavese
Dialoghi con Pavese

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