Sinclair Lewis / Cesare Pavese - Il nostro signor Wrenn

Un’America un po’ amara

In questa sesta puntata della rubrica La stanza delle meraviglie di C. Pavese, Claudio Pavese racconta le difficoltà e le amarezze che accompagnarono la prima traduzione integrale dall’inglese di Cesare Pavese.

Il 20 giugno 1930 Cesare Pavese si laurea in lettere discutendo con Ferdinando Neri la sua tesi sull’interpretazione della poesia di Walt Whitman. Sarà il primo approccio alla sua infaticabile attività di americanista. 

Già dal novembre di quell’anno, difatti, inizierà la sua collaborazione alla rivista “La Cultura” fondata da Cesare De Lollis e allora diretta da Arrigo Cajumi, con un saggio critico su Sinclair Lewis, il primo di una lunga serie. Sempre sulla stessa rivista ne seguiranno altri, altrettanto importanti: su Anderson, Dos Passos, Gertrude Stein, Lee Masters, Melville, Whitman, Faulkner. 

Alla collaborazione con “La Cultura” affiancherà la sua prima traduzione integrale; il romanzo primo di Sinclair Lewis Il nostro signor Wrenn – Storia di un gentiluomo romantico. La svilupperà per l’editore Bemporad dalla fine del 1930 all’inizio del 1931, in poco più di un mese, contattando spesse volte l’amico Chiuminatto in America per avere delucidazioni su termini particolarmente ostici inerenti espressioni popolari in slang. Il suo fu un lavoro, a dir poco, frenetico. 

E un motivo c’era. Proprio alla fine del 1930 a Sinclair Lewis veniva assegnato (primo scrittore americano a riceverlo) il Nobel per la letteratura “…per la sua arte descrittiva vigorosa e grafica e per la sua abilità nel creare, con arguzia e spirito, nuove tipologie di personaggi…”. Ovvio che si volessero bruciare i tempi d’uscita del libro. 

Una disputa molto vivace

Per Pavese era la prima traduzione importante e combaciava con un evento indubbiamente assai favorevole. Nonostante ciò questo lavoro gli provocò un’abbondante dose di amarezza. 

Riportiamo uno stralcio della lettera a lui indirizzata da Enrico Bemporad il 27 marzo 1931: 

Mi son ben reso conto della difficoltà che Ella ha avuto di tradurre un libro dall’americano, scritto in una forma così originale, ma francamente devo dirLe che non mi pare che Ella sia riuscito a dare al pubblico italiano un libro intellegibile. Disgraziatamente mi sono avvisto di questo fatto soltanto dopo che il libro era stampato e la cosa non più rimediabile…”.

La risposta di Pavese non si fa aspettare, è del 4 aprile: 

Non Le nascondo che le Sue osservazioni in merito alla traduzione mi hanno sorpreso. In tutta modestia, io credo di non aver fatto opera indegna della Sua Casa e, quel che più importa, del testo che avevo dinanzi. 

Mi preme farLe osservare che il mio sforzo è stato appunto di far sì che i lettori capissero il pensiero e gli atteggiamenti dei personaggi del romanzo. E ad ottenere questo non c’era che un mezzo: intendere il più fedelmente possibile il testo e rendere quel che s’era inteso, non colla letterale equivalenza linguistica, ma col più italiano, col più nostro, sforzo di ri-creazione possibile. 

Potrò (sono il primo a riconoscerlo e l’ultimo a volermene scusare), potrò in quest’impresa essere ricorso in qualche sovrabbondanza o in qualche debolezza, potrò aver usato qualche espressione un po’ insolita o un po’ dura, ma vorrei che si tenesse a mente la difficoltà, l’estraneità del testo e, soprattutto, la novità del punto di vista. 

Poiché ci sono due generi di traduzione. L’uno, quello da me scelto; l’altro, il metodo scientifico, ed allora l’ideale è, senza mezzi termini, la versione interlineare che serva agli studentini. O la traduzione precisa, fredda, impersonale, ed allora, se pure è possibile ottenerla, il pubblico ci capirebbe poco davvero, o una traduzione che sia una seconda creazione, esposta ai pericoli di ogni creazione e soprattutto conscia del pubblico a cui si parla. 

Poiché, debbo dire, non credo che nel mio Signor Wrenn ci siano, come Lei mi scrive, “pagine assolutamente incomprensibili”. E non credo di essere il solo a pensar così”.  

Io avrei aggiunto ancora una cosa, ma non era nelle corde di quel Pavese lì, poiché non era materia di cui il nostro grande scrittore, specialmente in quella giovane età, si intendesse a fondo. La copertina!

Forma è sostanza

Tutto quello sforzo a livello di traduzione, tutto quel contendere più o meno giustificato sulla “resa” del testo in italiano, per poi andare a scegliere quella vignetta (come definiva Pavese le illustrazioni) molto più adatta al Giornalino della Domenica dello stesso Bemporad.

Attenzione! I libri son fatti di contenuto, ma non solo di contenuto; son fatti anche (non sottovalutiamolo mai) di veste editoriale.

Affidare a Roberto Sgrilli il volto di quel libro – libro di un autore appena insignito del premio Nobel – fu, a mio giudizio, un grave errore.

L’illustratore era forse il più adatto a vestire e corredare opere rivolte a ragazzi, a lettori in erba, non certo a vestire l’opera di un grande scrittore. O, perlomeno, si travisò il comportamento eccentrico e stravagante del protagonista del romanzo e lo si rappresentò come una “macchietta” da avanspettacolo all’italiana; insomma una svagata e comica figurina alla Pitigrilli.

Per giustificare ciò che dico basta dare un’occhiata alla prima edizione americana dell’opera in questione o alla, più tarda, semplice e splendida versione del romanzo nella collana “continentale” di tascabili Albatross architettata dal grande Mardersteig [esposta alla Fondazione Cesare Pavese insieme all’edizione Bemporad nella mostra “Pavese ospita Calvino“, ndr]. 

Our Mr. Wrenn - 1914
Our Mr. Wrenn - Albatross

Eppure sarebbe stato sufficiente affidarsi ai grafici che a quei tempi vestivano la collana I libri misteriosi della Bemporad stessa. Avrebbero risolto molto più dignitosamente la copertina in questione.

I libri misteriosi
I libri misteriosi

Non infieriamo, però, sull’operato di Sgrilli e gettiamo uno sguardo sulle cartoline tratte dal Pinocchio (Bietti editore) da lui illustrato qualche anno dopo. Qui sì che le immagini risultano azzeccate, anzi azzeccatissime. E perchè? Perché, come abbiamo già detto, i libri per ragazzi erano la sua vera vocazione!

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