Dialoghi con Pavese: Rossella Riccobono

Per il quarto appuntamento della rubrica Dialoghi con Pavese, abbiamo chiesto alla professoressa Rossella Riccobono di parlarci del Pavese poeta e modernista.

Rossella RiccobonoDopo la pausa estiva torna l’appuntamento con la rubrica Dialoghi con Pavese. Nostra ospite la professoressa Rossella Maria Riccobono, Retired Scholar (PhD University of Edinburgh) che qui racconta la sua esperienza di accademica e la sua passione per Cesare Pavese come poeta e scrittore. Laureata in Lingue Moderne Straniere con specializzazione nelle letterature inglese e francese in ambito linguistico e poetico a Padova, ha ottenuto un Dottorato di ricerca presso l’Università di Edimburgo, sotto la supervisione di Lino Pertile e di Federica Pedriali, discutendo una tesi sulla poesia di Eugenio Montale. Dopo avere insegnato presso l’Università Victoria di Wellington in Nuova Zelanda, dal 2004 fino a pochi mesi fa ha lavorato presso l’Università di St Andrews, in Scozia. Ha insegnato lingua italiana e tenuto corsi su Pavese, la poesia di Montale, il cinema, la scrittura femminile del Ventesimo secolo, il Futurismo e Venezia come icona culturale tra Diciottesimo e Ventesimo secolo. Ai suoi interessi di ricerca – poesia, prosa e cinema – ha aggiunto recentemente le Medical Humanities con un progetto sulla poesia e i suoi potenziali  effetti palliativi nei pazienti prossimi alla morte all’interno degli hospice. Ha curato, con Doug Thompson, la raccolta di saggi dedicati a Pavese Onde di questo mare (Troubador, 2003) e ha dedicato a Pavese lo studio Cesare Pavese e la crisi del narratore moderno (in Oltre il canone: problemi, autori, opere del modernismo italiano, a cura di L. Somigli e E. Conte, Morlacchi, 2018).

Si è dedicata allo studio di alcuni aspetti del Pavese poeta: da cosa è nato questo interesse e come lo ha approfondito nel corso degli anni?

Ho sempre letto Pavese, fin dalla mia adolescenza durante le lunghe afose estati venete. Ricordo che a 15 anni la prof. del liceo ci assegnò la lettura di La casa in collina, un libro che cambiò la mia adolescenza perché divorai tutti gli altri libri pavesiani, amando in particolare ai tempi Feria d’agosto, Paesi tuoi e La spiaggia. Mi piacevano il suo modo schietto e senza mezzi termini di parlare al lettore e i suoi temi scabrosi che risuonavano veri. Credo che fosse anche questa la ragione per cui ci era stata assegnata La casa in collina, forse il meno provocatorio dei suoi romanzi, accanto a La ragazza di Bube di Cassola, che avevo trovato noiosissimo: ci eravamo occupati dei movimenti partigiani, per cui quei due libri ci stavano a pennello (nella mente della prof.) durante l’estate. Non era proprio così a mio giudizio. 

Iniziai a occuparmi di Pavese in modo professionale solo dopo la fine del mio PhD, leggendo con attenzione Il mestiere di vivere, che considero il suo capolavoro. Iniziai anche a occuparmi della sua poesia durante il mio ruolo di docenza a Wellington, quando pubblicai assieme a Doug Thompson una collettanea di saggi dedicati a Pavese, Onde di questo mare (Troubador, 2003). Quello che mi interessava di Pavese e mi affascinava della sua scrittura, partendo da Lavorare stancaera ed è tuttora la sua visione del Piemonte, di Torino e di una lingua innovativa sciacquata nel Po (se mi è concesso dirlo), messi in moto e trasformati dal mito greco dell’Eros e Thanatos visti come strumenti di un ritorno alle nostre radici mitologiche, alla vera e propria natura primordiale dell’uomo e della forza tellurica. Forze che i personaggi pavesiani sentono ma cercano di mascherare di continuo credendosi “moderni”, cittadini, ma contro cui in fin dei conti vanno sempre a sbattere. Fino a finire davanti a uno specchio ustorio, lo specchio trasparente (come dice Pierluigi Vaccaneo) oltre cui vedono il nulla, la disperazione umana, l’infinito (leopardiano). Tutto questo avveniva durante uno dei periodi più bui della cultura e politica italiana, cioè il fascismo, per cui tracciare in filigrana la primitività e la violenza dell’uomo dietro al finto benessere legato all’industrializzazione del Paese tra gli anni ’20 e ’30, periodo in cui il neonato neoliberalismo vantava i suoi primi successi, era opera assai coraggiosa e pericolosa. Che siano state gettate ombre sul credo politico di Pavese non si può ignorare, quel che conta a mio avviso è la sua ricerca attraverso la scrittura e l’antropologia in quella che è la nuda e cruda natura umana. In Pavese vedo la reincarnazione del pessimismo universale ancora più disperato di Leopardi, filtrato da La scienza nuova di Vico e presentato in tutta la sua forza attraverso i suoi massimi lavori: Il mestiere di vivere e Dialoghi con Leucò.

Come mai ha scelto di focalizzarsi su una produzione, quella poetica di Lavorare stanca innanzitutto, che è uno degli aspetti meno conosciuti di Pavese?

Quando ho iniziato a lavorare su Cesare Pavese, quasi nessuno aveva scritto su Lavorare stancaanche meno su La terra e la morte o Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Dal mio punto di vista, avendolo studiato per molti anni, direi che Lavorare stanca è stato sicuramente male considerato sia dai suoi contemporanei che tuttora. Pochi ci hanno visto la sperimentazione, non solo linguistica ma anche di genere, che Pavese vi opera mettendo in pratica nella sua poesia due esempi importanti della lingua poetica occidentale: i Poèmes en prose di Rimbaud e le Leaves of grass di Whitman, su cui Pavese aveva scritto la tesi di laurea. Per cui, invece di seguire la lezione del verso italiano illustre basato sull’endecasillabo, Pavese vede nel suo verso parlato il metro per misurare e raccontare la realtà a lui contemporanea, che percepisce come ibrida, dove vengono a cozzare vita e cultura lenta, primitiva e solida dei langaroli con i nuovi abbagli della modernità della Torino degli anni ’30. La silloge infatti prova a cantare con un verso dissonante e discorsivo città e campagna, con testi cerniera come Gente che non capisce in cui si ritrae una nuova realtà spuria: il pendolarismo e la rapida trasformazione della campagna e dei suoi valori tradizionali in area metropolitana, vista da un personaggio femminile già in essa alienato. Questo nuovo verso personalissimo, che poco attecchì con la critica contemporanea, altro non è che una strategia di dissenso come lo fu la più fortunata poesia ermetica, perché perfettamente in linea con il verso illustre della poesia italiana canonizzata.

Tornando a Lavorare stanca, Pavese dettò per il testo della fascetta del volume la definizione «Una delle voci più isolate della poesie contemporanea». Fu una definizione negativa o, al contrario, Pavese era conscio della propria diversità in meglio?

Pavese sicuramente pensava di aver qualcosa di nuovo da dire, anche stilisticamente, rifacendosi alle influenze che assorbiva dalla letteratura di altri Paesi, che traduceva in italiano. La sua scrittura conteneva sicuramente innesti che portavano nel nostro Paese un respiro sia europeo che d’oltreoceano.

Tra i suoi interessi di ricerca rientra lo studio di narrativa e poesia italiana del XX secolo e il titolo di uno dei suoi studi è Cesare Pavese e la crisi del narratore moderno. A suo parere, possiamo definire anche Pavese – non solo il Pavese poeta, stavolta, ma anche il romanziere – come un modernista?

Nell’ambito degli studi attuali sul modernismo italiano avviatisi negli ultimi anni, specialmente grazie alla ricerca svolta da Somigli e Moroni e dal gruppo senese a cui fa capo Romano Luperini, Pavese non viene incluso come uno dei modernisti. Si sono invece occupati di Pavese modernista Alberto  Comparini e Bart Van den Bossche, individuando come tratto modernista proprio l’uso che Pavese fa del mito come strumento di conoscenza. Da parte mia, in un mio recente articolo, ho studiato il narratore pavesiano sia nella sua poesia (vedi il grande cugino dei Mari del sud) che nella prosa (ad esempio Clelia in Tra donne sole o Nuto ne La luna e i falò) dalla prospettiva del saggio di Benjamin sul silenzio del narratore nell’età moderna a seguito degli orrori della Prima Guerra Mondiale. Nel caso di Pavese, avanzo l’ipotesi che sia proprio il narratore pavesiano di stampo langarolo (quello che ha viaggiato e visto il mondo senza mai veramente mutare la sua natura solidamente contadina) ad attivare il racconto in Pavese, facendo sia della campagna che della città un palcoscenico dove si rimette in azione la tragedia umana segnata da iniziazione e morte che leggiamo nella mitologia greca (e anche in altre mitologie, come la mitologia africana ma anche la fiaba russa) e che poi Pavese stesso ci ripresenta nei suoi Dialoghi con Leucò. Per cui direi che lo studio e l’uso della mitologia è uno dei criteri che uso anche nella mia ricerca per includere Pavese nell’ambito del modernismo italiano.

Lei ha lavorato all’Università di St. Andrews, in Scozia. Qual è la sua percezione del rapporto tra Pavese e la critica, ma anche la letteratura, anglosassone?

Ora sono in pensione dopo aver lasciato il mio impiego presso l’Università di St Andrews. Trovo che la critica pavesiana lasci molto a desiderare in Gran Bretagna, anche se durante gli anni di ricerca ho sempre trovato che il lavoro che fece Doug Thompson, per quanto a largo raggio, sia stato il più soddisfacente all’interno dell’accademia britannica. Altri punti di riferimento sempre validi sono stati i lavori di Bart Van den Bossche in Belgio, Mark Pietralunga negli Stati Uniti e Alberto Comparini a Stanford e ora a Trento. I loro sono ottimi lavori di scavo, comprensione e analisi del testo pavesiano che hanno dato buoni frutti. In territorio italiano, i poli più importanti sono stati Venezia, Milano e soprattutto Torino, dove gravitano i pavesiani più raffinati attorno alla figura di Mariarosa Masoero e dove ha sede il Centro Gozzano-Pavese.

Quali possono essere le direzioni future per una ricerca su Pavese che sappia dialogare con la nostra contemporaneità? Penso al suo studio Poetry in Palliative Care, che mira a studiare l’uso della poesia come aiuto per i pazienti terminali negli hospice.

Il progetto Poetry and Palliative Care, per cui ho usato lo strumento medico da me inventato PaUSE (Poetry as Unifying Shared Experience) per valutare il valore della poesia come palliativo in gruppi di pazienti terminali presso un hospice, è ora finito. Io e Fiona Gilmour, che lavorava con me come assistente di ricerca, abbiamo infatti presentato i risultati del progetto a un paio di conferenze durante l’estate 2019, ma il mio interesse per l’hospice e l’ospedale continua e sono al lavoro per creare un nuovo strumento medico che userò a partire dall’inizio del 2021 in due hospice, uno in Gran Bretagna e uno in Italia. Questo studio vuole essere di tipo comparato poiché userà testi in italiano e in inglese come potenziali palliativi sia per i malati che per il personale volontario che si occupa del loro sostegno. Questo nuovo progetto è molto innovativo, specialmente nel contesto di questo nuovo clima globale segnato dal Covid-19, ma non credo che userò la poesia di Pavese perché non è adatta a questo studio. Per rispondere alla domanda, però, direi che si può sicuramente pensare la scrittura pavesiana come un ottimo strumento per affrontare una delle più importanti discussioni attuali, quella sul cambiamento climatico: mi pare adatta a criticare la trasformazione del nostro paesaggio non solo nelle città e nelle campagne ma anche a livello globale. Pensiamo solo a come la progressiva distruzione della Foresta Amazzonica stia avendo effetti deleteri a livello culturale, di ecosistema, economico e, ancora peggio, sulla salute mentale di intere comunità sradicate dal loro habitat. I testi poetici pavesiani – Lavorare stanca, ma anche La terra e la morte forse – sono ancora rilevanti per questo nostro pianeta che va sempre più velocemente verso la sua autodistruzione. 

A 70 anni dal suicidio, un Pavese ci vuole (come recita il titolo di una rubrica di interviste che ho organizzato con Pierluigi Vaccaneo sul canale YouTube di Decamerette): è vero, secondo lei? E, sia che concordi o meno, perché?

Innanzitutto, vorrei farti le congratulazioni per questo spazio importante che stai dando a Cesare Pavese, che seguo con molto interesse: conobbi Pierluigi Vaccaneo qualche anno fa durante un mio soggiorno-studio a Santo Stefano Belbo. All’interno di un mondo accademico che a volte, soggiogato forse da politiche interne e arrivismi, ha rivolto il suo sguardo verso la ricerca ponendo troppa attenzione alla political correctness, trovo scarsa la passione e la sincerità di certi studi che più che fondati sono alla moda, e per cui passeggeri. Di fronte a tutto questo, leggere il lavoro di Pavese è rinfrescante e ci dà un senso di speranza che si possa ritornare a un’etica di lavoro e di ricerca slegati da interessi di ego e di corse ai fondi. La lezione di Pavese ci rinfranca e ci riconduce a studiare il testo in modo essenziale. Sono completamente d’accordo sulla rilevanza che Pavese ha ancora oggi per noi, sia per la sua prosa e poesia che per il suo lavoro di svecchiamento della cultura italiana durante il periodo del fascismo e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questo grazie al suo assiduo lavoro di importazione e traduzione di testi, non solo letterari ma anche di ampio respiro culturale innovativo (sto pensando alla Collana viola in collaborazione con l’antropologo De Martino) e al lavoro come caporedattore presso Einaudi quando – come scrive Van den Bossche riferendosi al trio Pavese, Vittorini, Calvino – «la casa fece cultura». Un lavoro il suo che resta coraggioso, profondamente etico ed essenziale. Pavese non solo traduceva dai contemporanei, ma anche dai classici, perforando le barriere geografiche e scientifiche, nonché temporali, alla ricerca delle vere radici dell’uomo e delle forze che lo fanno vivere, amare e morire. Non vedo perché allora egli non possa perforare i confini del tempo verso il nostro presente e futuro, poiché leggere Pavese oggi e un domani ci riporterà sempre a una riscoperta di noi in quello che è il più duro di tutti i nostri mestieri: quello di vivere.

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