Dialoghi con Pavese: Caterina Bernardini

Oltre i confini nazionali, in cerca di interconnessioni e reciproche influenze: Caterina Bernardini racconta oltre dieci anni di ricerca sulla ricezione italiana di Walt Whitman, autore cui Cesare Pavese dedicò la tesi di laurea. 

Caterina BernardiniCaterina Bernardini è docente a contratto nel Dipartimento di Inglese della University of Nebraska-Lincoln, dove progetta e insegna corsi di letteratura americana e mondiale, letteratura delle donne e scrittura e ricerca accademica. È anche una delle redattrici del Walt Whitman Archive e una traduttrice (ha recentemente tradotto in italiano una selezione di saggi di John Muir, pubblicata da PianoB). Marchigiana d’origine, è arrivata negli Stati Uniti nel 2011 grazie a una borsa di studio Fulbright come dottoranda in Letterature comparate all’Università di Macerata. Il suo obiettivo era studiare per un anno con il prof. Kenneth Price, studioso di fama mondiale di Walt Whitman, oggetto della sua tesi di dottorato; dopodiché, sarebbe tornata in Italia. Tuttavia, dopo alcuni mesi, ha deciso di rimanere e conseguire quello che si è trasformato in un dottorato in co-tutela tra le due università, italiana e americana. Ad attrarla, il modo in cui i giovani ricercatori vengono presi seriamente in considerazione e vengono affidate loro grandi responsabilità, come insegnare interi corsi: una luce di speranza più luminosa per la sua carriera accademica. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sulla poesia americana del XIX secolo e pre-modernista, sulla letteratura mondiale e transnazionale, sul multilinguismo, sulla scrittura delle donne, sugli studi di ricezione e di traduzione e sulle edizioni digitali. Nel 2021, ha pubblicato il volume Transnational Modernity and the Italian Reinvention of Walt Whitman, 1870–1945 (University of Iowa Press-Whitman series): uno dei capitoli è dedicato a Cesare Pavese e Walt Whitman.

Nel suo libro, si è concentrata su molti autori e intellettuali, importanti e diversi: Giosuè Carducci, Ada Negri, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Pascoli, Sibilla Aleramo, Dino Campana e i futuristi. Non sapevo che Whitman avesse avuto tale influenza su autori tanto diversi.

Da quando frequentavo il liceo, mi è sempre piaciuto studiare la ricezione critica e creativa della letteratura (o quello che negli studi classici si definisce “fortuna”). Quando ho scoperto che, a differenza della situazione di Francia, Germania, Regno Unito e altri Paesi, non c’era alcuna monografia dedicata alla ricezione italiana di Whitman, ho iniziato a lavorarci, leggendo gli studi esistenti ed esplorando archivi e collezioni in tutta Italia (dal Vittoriale di D’Annunzio a una piccola biblioteca ad Agnone, in Molise, dove il primo traduttore di Whitman – Luigi Gamberale – viveva; alla casa di Carducci a Bologna e alle raccolte Aleramo alla Fondazione Gramsci di Roma). Ci sono eccellenti studi e articoli, oltre ad alcune tesi, che mi hanno molto aiutato a iniziare, e ai quali devo molto: tra i pionieri, la mia relatrice in Italia, la professoressa Marina Camboni, e studiosi come Roger Asselineau, Mariolina Meliadò Freeth, Caterina Ricciardi e Grazia Sotis, che hanno molto contribuito a questo ambito di ricerca. Come sottolinei, gli scrittori italiani sono riconoscenti a Whitman per molte (e a volte opposte) ragioni ma in generale, come suggerisco nel mio libro, il lavoro di Whitman è stato stimolante perché ha fornito l’accettazione onesta, l’esposizione e l’attualizzazione di un problema espressivo comune: come cantare un’identità moderna in costante evoluzione? Come mostrare la sua complicata, multiforme natura? Questo problema espressivo era profondamente in sintonia con l’Italia post-Risorgimentale. Ogni scrittore ha investigato questo aspetto fondamentale riconoscendolo a Whitman e, allo stesso tempo, ha applicato questo aspetto ai propri interessi: Carducci (che ha studiato la poesia di Whitman con l’aiuto di un insegnante di inglese spesso ubriaco, che era stato soldato nella Guerra Civile Americana) fu colpito dalla dizione modernizzata e dal verso libero di Whitman – capace allo stesso tempo di echi classici ed epici. Negri vide nella sua celebrazione della divinità e dignità di tutti un’espressione delle cause socialiste per cui si batté ardentemente all’inizio della sua carriera. D’Annunzio trovò in Whitman una magniloquenza post-risorgimentale e un approccio iconoclastico che lo portò alla sua celebrazione dell’iper-nazionalismo (citò Whitman durante l’occupazione di Fiume). Pascoli ebbe una comprensione sofisticata degli aspetti ritmici e musicali di Whitman che contribuirono alle sue innovazioni in questa direzione. Aleramo reinventò l’enfasi trascendentalista di Whitman sulla crescita spirituale e il bisogno di emancipazione individuale. E Campana – che aprì la sua prima lettera alla sua futura amante Aleramo menzionando Whitman e portò le Foglie d’erba con lui nel suo viaggio in Sud America – nutriva un profondo apprezzamento per la scrittura mitopoietica e messianica di Whitman riguardo ai territori americani e adottò molte innovazioni formali di Whitman (come l’uso di gerundi, participi presenti e stile nominale). Ma così come è importante analizzare come scrittori italiani diversi adattarono la poesia di Whitman ai loro specifici programmi, il mio libro dimostra anche come sia cruciale ricordare che la ricezione di Whitman in Italia sia parte di una più grande rete che coinvolge altri Paesi: per esempio, le prime edizioni di Whitman a penetrare in Italia non erano americane ma le edizioni scelte britanniche di William Michael Rossetti. E la mediazione giocata dalla critica francese e dal versolibrismo, dal modernismo spagnolo, dal simbolismo e dal futurismo russi – che hanno tutti modellato la comprensione e trasmissione del messaggio di Whitman – hanno avuto profondi e complessi effetti sulla ricezione italiana. In questo senso, il mio libro discute una costellazione di sensibilità pre-moderniste e moderniste viste attraverso Whitman, e tenta più ampiamente di tracciare una storia del modernismo transatlantico.

L’ultimo capitolo del libro è intitolato Cesare Pavese’s Whitman. The “Poetry of Poetry Making”. Ha menzionato che Whitman affascinò tanto Pavese che Papini: in altre parole, non solo intellettuali antifascisti furono attratti dalla letteratura americana. Whitman è veramente un’icona per la letteratura americana? Oppure fu una figura sfaccettata e controversa, che per questa ragione attrasse intellettuali diversi?

Penso che queste due domande non siano opposte l’una all’altra, ma co-dipendenti: Whitman è un’icona proprio perché è sfaccettato e controverso. Essendo un poeta della classe operaia, autodidatta e queer, sperimentale ma accessibile, il poeta dell’“e… e” e non dell’“o… o”, Whitman abbraccia e prova ossessivamente a dare voce a ogni lato (con molti e seri, problematici limiti di rappresentazioni ingannevoli, riduttive e insufficienti). Whitman ha provato con veemenza ad aprire un varco nelle norme culturali e letterarie e nelle élite del suo tempo verso i futuri e maggiormente inclusivi tempi che immaginava attraverso i suoi scritti. Queste caratteristiche furono (e sono) attraenti per ammiratori in contesti molto diversi. Il caso di Papini e dei futuristi è particolarmente interessante, e dovrebbe essere considerato non solo monoliticamente e unicamente come un caso di pro-fascismo. L’ammirazione di Papini per il bardo americano era iniziata nel circolo de La Voce, dove anche Campana e Piero Jahier gravitavano (e questi ultimi non leggevano Whitman in termini fascisti: anzi, Jahier rilesse Whitman in termini antifascisti). Ma il punto di vista di Papini su Whitman, che era iniziato con l’enfasi sull’universalismo democratico (e persino con il paragone di Whitman con San Francesco d’Assisi), cambiò in fretta e si imbevve di concetti – ispirati a Nietzsche – di mascolinità e critiche alla “debole” borghesia italiana, molto simili ad alcuni degli approcci futuristi a Whitman. Questi ultimi (anche attraverso il versoliberismo francese e il ruolo di guida di, tra gli altri, Gian Pietro Lucini) avevano pienamente compreso la rivoluzione del verso libero whitmaniano, ma in seguito abusarono pienamente dei toni iconoclastici di Whitman per il loro programma militarista e la loro celebrazione della violenza: i cataloghi e la dizione energizzante di Whitman vennero portati all’estremo. Ma dobbiamo ricordare che alcuni futuristi rifiutarono sempre di comportarsi così: nel libro discuto per esempio il caso di Mina Loy, che si concentrò invece sulla rappresentazione liberatrice della sessualità di Whitman e il suo uso sperimentale della poliglossia. Nuovamente, gli scrittori lessero e ripresero il lavoro di Whitman enfatizzando (e a volte distorcendo pesantemente) gli aspetti che più li attraevano.

Qual è stato il ruolo effettivamente giocato da Whitman per Pavese? Pavese scrisse la sua tesi di laurea su di lui ma non tradusse mai Foglie d’erba. Il capitolo del suo libro sembra riconsiderare altri studiosi e critici che considerarono Whitman eccessivamente influente sulla poesia di Pavese.

Penso che Pavese amò profondamente e comprese (molto meglio di molti altri scrittori e critici italiani e internazionali) la natura e il valore del lavoro di Whitman. Fu dapprima attratto dal tono confidente dell’Io Lirico di Whitman e dall’assenza di ogni moralismo: questa fu una lezione importante per il giovane Pavese durante gli anni del liceo, quando incontrò per la prima volta il lavoro di Whitman. Dopodiché, acquisì gradualmente una comprensione più raffinata della rivoluzione linguistica e poetica di Whitman: l’uso di slang e colloquialismi, il tono di pioneristica vitalità, l’esplicita anti-letterarietà e originalità di forme e temi e la generale natura meta-poetica della scrittura di Whitman, la quale – in una formula indimenticabilmente valida – Pavese riassunse come “poesia del far poesia”. Ma, nella mia opinione, se è vero che Pavese comprese accuratamente la poesia di Whitman (sebbene non senza limiti, il maggiore dei quali è senza dubbio l’assenza di qualsiasi discussione dell’omoerotismo nella poesia di Whitman), è anche vero che Pavese assorbì completamente la somma lezione che il bardo americano lasciò ai poeti che lo avrebbero seguito, ovvero di perseguire la propria originalità, come dichiarato chiaramente dall’Io Lirico del Canto di me stesso: “Più onora il mio stile chi impara da esso ad annientare il maestro”. In altre parole, Whitman ha contribuito a spingere Pavese verso la definizione del suo proprio stile e paesaggio creativo come scrittore e ad abbracciare e celebrare la sua radicale differenza, ma la poesia di Pavese rimane parecchio distante da quella di Whitman. Come Pavese scrive ne Il mestiere di poeta (in appendice a Lavorare stanca), egli intendeva “ogni poesia, un racconto”. Questa qualità narrativa non è quasi mai parte della poesia di Whitman. Pavese non ricorre mai nemmeno ai cataloghi. E come chiarisce nello stesso saggio citato prima, il verso libero usato da Pavese non è come quello di Whitman, ma piuttosto la sua personale rielaborazione: come scrisse, “ogni poeta rifà in essi il ritmo interiore della sua fantasia”. Penso anche che i critici si siano focalizzati troppo su come Whitman possa avere influenzato la rappresentazione pavesiana della natura: l’adorazione whitmaniana per le città (e New York in particolare), il senso inebriante di essere parte di una folla brulicante e l’importanza assegnata al focalizzarsi su persone comuni in ambienti urbani quotidiani furono ugualmente stimolanti per Pavese (ci sono bellissimi passaggi riguardo a questo ne Il mestiere di vivere).

Nel suo studio, ha menzionato il ruolo di Pavese come traduttore di autori americani: fu un pioniere per il chiuso orizzonte della letteratura italiana. Tuttavia, il suo “mito americano” si concluse dopo la Seconda Guerra Mondiale, con le amare osservazioni di Pavese sulla mancanza di vitalità proveniente da là. In quanto italiana che vive negli USA, qual è la sua impressione della letteratura americana oggi: ha riconquistato questo ruolo vitale e stimolante?

Penso che la produzione letteraria americana, sia in poesia che in prosa, e sia per il pubblico generale che per alcune nicchie, abbia continuato a essere di elevata qualità e in questo senso anche stimolante e innovativa. Alla scrittura creativa è sempre stato dato molto supporto e adeguati finanziamenti da università e istituzioni private e pubbliche, il che ha aiutato. Ci sono molti nuovi scrittori che proprio ora stanno sperimentando nuovi sentieri e affrontando verità scomode (sto pensando, per esempio, a There There di Tommy Orange). Ma, da studiosa, devo dire che mi sto veramente sforzando di eliminare le nostre idee di confini quando si parla di letteratura, e di mostrare che dobbiamo ripensare e scartare nozioni di nazionalità per capire i lavori letterari, specialmente nel nostro mondo globalizzato e interconnesso. Il mio libro discute del fatto che non possiamo studiare la ricezione italiana da sola, e credo non sia utile nemmeno considerare la letteratura americana in isolamento. Ogni lavoro di letteratura, sebbene legato a un contesto e a un linguaggio di produzione, dipende naturalmente da e partecipa a una rete molto più ampia e transnazionale di iniziative artistiche intellettuali e creative (il lavoro di Wai Chee Dimock in particolare è stato fonte di grande ispirazione per me in questo senso). Penso che le diverse letterature nazionali influenzino naturalmente e beneficino le une dalle altre, e che gli scrittori vivano e ritraggano diverse culture e sottoculture. Mentre continuiamo a etichettare convenientemente le letterature secondo un principio di appartenenza nazionale, la realtà è molto più complessa. Un esempio che colpisce, al riguardo, può essere trovato in Jhumpa Lahiri e nel vitale mescolamento di culture indiana, americana e – più recente – italiana che sta al centro del suo lavoro.

Il suo libro termina nel 1945. Se le chiedessi di andare oltre quella data, pensa che troverebbe altri autori influenzati da Whitman? Per quali ragioni? 

Penso che Whitman abbia continuato a essere una presenza vitale nella seconda parte del Ventesimo secolo e nei giorni nostri. In Italia, negli ultimi settant’anni, ci sono state ventidue nuove edizioni complete o selezionate della poesia di Whitman: una ogni tre anni. In uno studio del 2017, condotto da una famosa casa editrice italiana, una classifica dei libri bestseller di poesia in Italia nel 2016-2017 vedeva Whitman al numero dodici. E poeti come Mariangela Gualtieri, Roberto Mussapi e Franco Buffoni, tra gli altri, hanno direttamente echeggiato il suo lavoro. Penso che la poesia di Whitman continui a essere allettante perché canta le gioie, le meraviglie, le lotte e i dilemmi dell’esistenza sia nella dimensione fisica che spirituale (due dimensioni che non possono mai venire separate in Whitman) e perché segue e rappresenta la liberazione dal doversi concentrare su soggetti “adatti” e dal dover pensare e vivere in certi modi preassegnati. È anche una poesia che parla ai lettori perché, più di altre, riconosce la presenza e l’importanza dei lettori e domanda loro (anzi, persino dipende da) il loro diretto coinvolgimento: i lettori sono costantemente spinti a lavorare per estrarre significati personali e a continuare a interrogarsi su quegli stessi significati. Ma diventa più difficile verificare e discutere il peso che il suo lavoro esercita direttamente su scrittori che possono anche avere letto, per esempio, altri scrittori internazionalmente rinomati, come Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, José Martí, Allen Ginsberg o Fernando Pessoa, che furono – a loro volta – ammiratori di Whitman. Ancora una volta, idee di reti e circolazione (e ri-circolazione) transnazionale tornano alla ribalta e devono essere prese in considerazione.

“Un Pavese ci vuole”: ho usato questa semi-citazione da un famoso passaggio de La luna e i falò come titolo di una serie di video-interviste con il direttore della Fondazione Cesare Pavese, Pierluigi Vaccaneo. Settantadue anni dopo il suicidio di Pavese, abbiamo ancora bisogno di lui? Perché?

Abbiamo assolutamente ancora bisogno di Pavese. Penso che lo sguardo narrante e lirico di Pavese sia davvero unico: una osservazione lucida ma ferocemente poetica che inizia dall’io e dalla sua riflessione sulla memoria e il senso di crescita personale per diventare altro e diffondersi fino a essere una cosa sola con la terra e i suoi colori e odori, le stagioni e la condizione ancestrale dell’essere umano. Sono affascinata dal ritmo di Pavese, la compassione universalizzante espressa con autenticità – senza mai pietà o condiscendenza – per le persone comuni, per tutte le persone, con le loro abitudini, arguzie, desideri e frustrazioni, e il costante senso di mistero e definitiva imperscrutabilità che pervade il suo lavoro. Questo mistero mi lascia con il desiderio di ritornare al lavoro di Pavese e leggerlo ancora: penso che Pavese sia uno scrittore a cui inevitabilmente si faccia ritorno. Sono anche affascinata dal continuo dialogo tra diverse temporalità: le storie di Pavese sono storicamente (e fondamentalmente) radicate in un presente che riecheggia di nostalgia, essendo allo stesso tempo una meditazione coraggiosa su come dar forma al futuro. E penso e condivido con Pavese e con molti dei suoi personaggi quel simultaneo e profondo attaccamento alle proprie origini, alla terra e cultura native, misto a una forte curiosità nei confronti di altre terre e culture. Dovremmo continuare a leggere Pavese perché leggere è sempre una buona idea, come Nuto ricorda in un passo cruciale ad Anguilla: “Sono libri […] leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri”. Ma soprattutto dovremmo continuare a leggere Pavese perché continua a mostrarci che, come ha scritto nella poesia Grappa a settembre, “a quest’ora ciascuno dovrebbe fermarsi / per la strada a guardare come tutto maturi”, che scrivere è di per sé un fermarsi e un guardare.

Intervista a cura di Iuri Moscardi

 
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