Cesare Pavese: la biografia

Le Langhe, o il luogo del mito

Cesare Pavese nasce a Santo Stefano Belbo il 9 settembre 1908, in quella che era la residenza di campagna dei genitori. Pur avendo vissuto per lo più a Torino, le Langhe rappresentano il suo luogo dell’anima e l’universo mitico cui attinge per lo sviluppo del suo percorso letterario. Santo Stefano Belbo, piccolo paese di provincia tra le Langhe e il Monferrato, è il luogo del ritorno e della partenza, alla continua ricerca di un’identità umana e poetica. 

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” (La luna e i falò)


La passione per la letteratura americana

È Il 1932 quando viene pubblicato per la prima volta in Italia, da Frassinelli Tipografo Editore, il Moby Dick di Herman Melville tradotto da Cesare Pavese per un compenso di 1000 lire.

Cesare Pavese, all’epoca è un giovane appassionato di letteratura americana. Con una tesi di laurea su Walt Whitman, nel 1930, inizia il suo percorso di scoperta e divulgazione della letteratura d’oltreoceano. Questa attività, tra le altre, lo porterà negli anni, ad avvicinarsi al mondo dell’editoria, diventando poi direttore editoriale di Einaudi. 


La Torino di Cesare Pavese

Il primo nucleo della struttura redazionale di casa Einaudi si forma negli anni ‘20, sui banchi del Liceo Ginnasio Massimo d’Azeglio di Torino dove insegna Augusto Monti, intellettuale antifascista di formazione crociana, amico di Piero Gobetti.

Il collettivo di ex-allievi si riuniva al caffè Rattazzi, o nelle case dell’uno dell’altro, per discutere di politica, filosofia e letteratura. Era composto da Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi, Cesare Pavese e altri.

Ma Torino per Pavese, e per i suoi compagni, non è solamente il luogo della formazione e del fermento politico. Amavano la città, i suoi viali, il Po, la collina, le osterie che si chiamavano Far West e i cinema dove si proiettavano film americani. “Mia amante, non madre né sorella”, così Cesare Pavese descriveva il suo legame con la città.  


Il confino 

Cesare Pavese si fa coinvolgere da questo clima culturale e politico. Nonostante l’atteggiamento contraddittorio rispetto alle posizioni dei compagni – si era iscritto al partito nazionale fascista per consentire alla sorella Maria di insegnare nelle scuole di Stato – nel 1935 viene arrestato per un transito di lettere da casa sua e indirizzate a Battistina Pizzardo, attivista comunista con la quale avrà una relazione. Pavese passa dalle Carceri Nuove di Torino al Regina Coeli di Roma. Viene condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro ed espulso dal Partito Nazionale Fascista. Per domanda di grazia gli vengono condonati due anni, così nel 1936 può ritornare a Torino.


Il lavoro all’Einaudi

Il 1 maggio 1938 Pavese diventa ufficialmente redattore di casa Einaudi. Il direttorio è composto da Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Giaime Pintor, Carlo Muscetta, Mario Alicata e altri collaboratori tra cui Norberto Bobbio, Elio Vittorini e Natalia Ginzburg. Il direttorio segna l’inizio, ancora informale delle sedute editoriali e dei processi decisionali della casa editrice, dove Pavese riveste un ruolo di coordinatore. Comincia così la lunga esperienza di vita-lavoro di Cesare Pavese in Casa Einaudi. 

“Per molti anni, non volle sottomettersi a orari d’ufficio, né accettare una professione definita”, ricorda Natalia Ginzburg, “ma quando finalmente acconsentì a sedere a un tavolo divenne un lavoratore infaticabile e meticoloso. Mangiava poco e non dormiva mai.” Si racconta che il giorno successivo a quello in cui venne bombardata la sede di Torino nel 1942, lui era già lì al suo tavolo di lavoro come ogni mattina, dopo aver tolto i calcinacci dalla scrivania.

Il contributo di Pavese nello sviluppo delle collane sarà determinato sia dal proprio interesse personale sia dalle dinamiche interne alla gestione della singola collana. Per ognuna infatti rivestirà compiti e responsabilità diverse e di vario livello: dal coordinamento organizzativo ai processi decisionali collettivi, dai contatti epistolari con gli autori, all’assunzione di collaboratori, dalla scelta sui testi al controllo delle lettere editoriali, delle traduzioni, delle introduzioni e prefazioni, e di tutto il processo tipografico.

Per Pavese la casa editrice divenne tutto. In quel luogo familiare in cui, pur tra arrabbiature e sgarbi spesso espressi in chiave ironica nei suoi carteggi con Giulio Einaudi, lo scrittore condivide partecipazione, sintonia, comunanza.

Tra i legami più stretti emerge quello con Fernanda Pivano, all’epoca una giovane studentessa che sta preparando una tesi in Letteratura inglese. Quel momento segna l’inizio di una lunga amicizia che porterà nel 1943 la Pivano a tradurre e pubblicare per Einaudi, sotto la guida di Pavese, l’Antologia di Spoon River.


Le collane

Tra le collane principali vanno menzionati I Saggi (iniziati nel 1937), I Narratori stranieri tradotti (1938), I Poeti (1939), I Narratori contemporanei (1941) L’Universale Einaudi (1942). 

Nel 1947 nascono I Coralli, una collana composta da autori italiani esordienti e che in qualche modo indica una continuità con I Narratori contemporanei, mostrando una maggior coerenza di impostazione.

Tra le collane più autenticamente pavesiane emerge quella de I Millenni (1947), che si sviluppa nel segno del mito americano e del mito omerico, ma è La collana viola, fondata nel 1948, a restituire maggiormente i suoi interessi. Raccoglie autori e testi legati alla ricerca personale dello scrittore – una collezione di testi etnologici e psicologici di carattere squisitamente irrazionale – ed è anche la collana che domina gli ultimi anni di vita e di attività dello scrittore. 


Gli ultimi anni

Ciò che caratterizza Pavese sarà suo il progressivo distacco e la sua crescente estraneità verso la cultura letteraria del suo tempo, verso la contemporaneità e verso l’attualità, alimentati da un sempre più marcato interesse verso l’etnologia e verso la poetica del mondo classico e del mito. Anche rispetto alla fama il suo rapporto è singolare. Natalia Ginzburg ricorda come negli ultimi anni diventò uno scrittore famoso e questo non mutò in nulla le sue abitudini, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. L’assegnazione del Premio Strega nel giugno del 1950 verrà commentato dallo scrittore in più carteggi a colleghi e amici come un “triste affare”. 

Negli ultimi anni di attività, dal 1948 , arriva in casa Einaudi un giovane che Pavese prende sotto la sua tutela. Si tratta di Italo Calvino, di cui intuisce subito la grande intelligenza e leggerezza nello scrivere. Il giovane ligure rimarrà per sempre devoto a Pavese, che rappresenta per lui il segno della sua vita torinese, nonché il massimo insegnamento ricevuto nella scrittura, nel lavoro e nell’osservare le cose a modo suo. 

Nel 1953 scriverà sul Forestiero a Torino:  “Vero è che non bastano i suoi libri a restituire una compiuta immagine di lui: perché di lui era fondamentale l’esempio di lavoro, il veder come la cultura del letterato e la sensibilità del poeta si trasformavano in lavoro produttivo, in valori messi a disposizione del prossimo, in organizzazione e commercio d’idee, in pratica e scuola di tutte le tecniche in cui consiste una civiltà culturale moderna”.

Cesare Pavese si toglie la vita nella notte tra il 26 e il 27 agosto 1950, a Torino. Sarà Calvino a continuarne il lavoro in casa editrice senza mai dimenticare la lezione del suo maestro.